Articoli secondo semestre 2008

di Lauro Venturi il 1 luglio 2008

28 dicembre 2008: “Romantische Straße ”

Un saluto dalla incantevole Baviera, lungo la Romantische Straße piena di paesaggi infantili e castelli da favola. Clicca sulla foto per vedere il video:

23 dicembre 2008: “Buone feste a tutte e a tutti!”

vischio

DIO IN FASCE di Federico Garcìa Lorca

E’ così, Dio scomparso, che voglio averti.

Piccolo cembalo di farina per il neonato.

Brezza e materia unite nell’espressione esatta

per amor della carne che non sa il tuo nome.

E’ così, forma breve d’inefferabile rumore,

Dio in fasce, Cristo minuscolo ed eterno,

mille volte ripetuto, morto, crocifisso,

dall’impura parola dell’uomo che suda.

Davanti alla casa di Lorca – Granada 2006

19 dicembre 2008: “Il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà”

La crisi ci manda…in crisi

Affrontiamo questa fine d’anno presi nella morsa di una crisi finanziaria della quale temiamo possano svelarsi ancora contraccolpi pericolosi, spaventati da una crisi economica che comincia a fare vedere i suoi pesanti effetti reali, arrabbiati e delusi da una classe dirigente (in senso lato) per niente diligente ed affidabile. Un po’ come essere su una piccola barca nel mare in burrasca, con il comandante e l’equipaggio che nel migliore dei casi non sanno cosa fare, nel peggiore dei casi si preoccupano di pararsi il culo lasciandoci in balia delle onde.

Certo, essere ottimisti mica è facile.
Però mi fa piacere condividere con voi un articolo di
Roberto Vacca, ingegnere, scrittore, divulgatore scientifico ed anche definito futurologo, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente a L’Orto delle Competenze: ci racconta che anche nelle situazioni più grigie qualche cosa si può fare…e qualcuno fa!

Certo, queste cose non andranno mai in TV perchè le veline tirano più degli scienziati e perché le buone notizie non fanno audience; ma si vede che a noi piace così.

Buona lettura 8!

13 dicembre 2008: “Una grande seppur piccola soddisfazione”

Navigando a caso mi ha fatto piacere imbattermi in questa piccola ma positiva recensione 8. Chi scrive sa che si oscilla tra l’idea di aver fatto qualche cosa di buono e la vergogna di avere scritto una cazzata colossale. E allora ben vengano questi piccoli squarci di luce.Fanno ancora più piacere perchè non richeisti nè dovuti. Sarà un caso che sta mattina ho scritto le prime parole, nero su bianco – a matita, di quello che potrebbe essere un nuovo libro? Va detto che “L’ultima nuvola” l’ho finito a settembre del 2007 e quindi sta scemando quel senso di vuoto, se non di rifiuto a scrivere, che mi prende in questi casi.

Grazie allora all’Unione Industriali di Varese, che già aveva scritto de “L’educazione sentimentale del manager“, per questa recensione!

10 dicembre 2008: “Ingrid Betancourt a Bologna”


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Martedì 16 dicembre, nella bellissima aula magna dell’auditorium Santa Lucia, il Comitato “con Ingrid Betancourt” e “Human Rights Nights” hanno organizzato un evento in onore di questa bella signora colombiana, in prima fila per la difesa dei diritti umani e tenuta in ostaggio per più di sei anni dalle FARC – Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia.
Sarà una serata di parole e di musica, un’occasione per riflettere e per divertirsi. C
erca di esserci (ascolta la canzone interpretata da Guccini),  per altro Bologna in questo periodo è molto suggestiva!

 

6 dicembre 2008: “Il tango sull’ultima nuvola”

Dopo “L’ultima nuvola a Pàvana” continuo nella produzione di video amatoriali realizzati leggendo alcuni capitoli del mio nuovo romanzo “L’ultima nuvola“. E’ un libro che sta piacendo e che mi piace, anche con le sue ingenuità e imperfezioni. Mica solo la Gelmini, a parte i giovani, può andare su You Tube!

Sta volta il pezzo sul tango, per il quale devo molto al mio amico Roby per avermi portato in una milonga e parlato appassionatamente di tango. Buena Vista!

 

1 dicembre 2008: “L’ultima nuvola a Bologna”

L’ultima nuvola” è approdata a Bologna in un umido primo dicembre, grazie a Manageritalia ed AIDP che hanno organizzato un bel evento al Royal Carlton Hotel.

C’erano tante persone: manager, amici ed amiche, colleghi, sorelle, cugini e cugine, zie…e chi più ne ha più ne metta. Un ottimo pubblico, semplice ed attento, ha ascoltato i relatori: Valter Lenzi, presidente di Manageritalia Bologna ha fatto gli onori di casa; Isabella Covili Faggioli ha condotto molto bene la serata esprimendo calde e profonde considerazioni sul libro; Mario Mantovani, vicepresidente di Manageritalia, ha svolto considerazioni interessanti sul ruolo del manager e sugli spunti che in tal senso il romanzo offre; Libero Mancuso, che mi onora sempre della sua presenza, si è concentrato sull’importanza delle regole e delle responsabilità, se non vogliamo avere continue crisi finanziarie come quelle attuali. E ha preso diversi spunti dal libro, leggendo alcune righe molto intense.

Io ho detto più o meno quello che ho scritto in un articolo 8 per Persone & Conoscenze, cercando di alternare i concetti più razionali con punti di vista più emotivi ed anche scherzosi. Il fil rouge del romanzo è un’indignazione adolescenziale contro le ingiustizie legata al concetto della responsabilità individuale, che non deve mai venire meno.
Stavo bene ed ero molto contento che mio figlio Paolo fosse venuto a condividere questo momento con me.

Dopo l’aperitivo, con i miei amici sono andato a cena alla cantina di Bentivoglio, allietati da buona musica.. E poi un giro per la Bologna dai fianchi un po’ molli, che ci ha offerto scorci intensi, con l’ombra del Nettuno che faceva la guardia.

 

Una grande serata, grazie a tutti di cuore!

1 dicembre 2008: “Non ci rinuncio!”

Quando cammino per le nostre colline con i miei amici resto sempre sorpreso dalla bellezza delle querce enormi, alte, robuste. Così, la scorsa primavera piantai una quercia perchè mi piaceva l’idea che, fra cent’anni, qualcuno passando da queste parti potesse ammirarla bella e imponente, solida e sicura. Poi però non ce l’ha fatta e si è seccata:

Allora ci riprovo e vediamo se sta volta va meglio!

29 novembre 2008: “Benvenuta, neve!”

Mi piace quando nevica e si vedono tracce di animali che esistono anche quando non li vediamo. Mi piace accendere il turboneve e pulire la strada, togliere la neve che piega i rami, guardare il silenzio ovattato della campagna che riposa sotto un cielo intenso. Benvenuta, neve!

24 novembre 2008: “L’ultima nuvola a Pàvana”

Venerdì mi ha chiamato una cara amica chiedendomi se per caso c’era una versione audio del libro, per una sua amica non vedente, cioè cieca. Chissà se è partita da lì l’idea di impegnare diverse ore del fine settimana a fare un piccolo filmatino sul pezzo del libro nel quale Alessandro, il deuteragonista del mio romanzo, incontra il grande cantautore Francesco Guccini? Bè, l’ho fatto e messo in rete e devo dire che mi piace, nelle sue imperfezioni ed ingenuità.

Ringrazio Stevan Ciofansky (nickname di Stefano, persona squisita che ritengo essere quello che con più costanza e affetto raccoglie e condivide notizie su Guccini) per le belle parole che mi ha detto e per avere messo la notizia nel suo sito.

Probabilmente durante le vacanze di Natale mi sa che seguirò il suo consiglio di scrivere una qualche risposta a Massimo Bernardini che ha scritto un articolo 8 cattivo sul concerto milanese di Guccini.

Ne “L’ultima nuvola a Pàvana” 8 parlo dell’intervista che Guccini rilasciò alla rivista Charta Minuta (della Fondazione del parlamentare di AN Adolfo Urso): anche io, un anno fa, pubblicai sul mio sito un commento critico 8 su quell’intervista. Spero di non essere caduto nel tranello di chi chiede agli altri una coerenza dogmatica ed improbabile, quasi per proiettare altrove la propria incoerenza.

Eh sì, l’indignazione adolescenziale che mi spinse a scrivere più di trent’anni fa a Ciao 2001, mitica rivista giovanile di quegli anni, per contestare due recensioni su Guccini e Lolli, mi sa che non si sia spenta: e chi dice che sia un male?

 

13 novembre 2008: ” a Bologna per parlare della qualità del lavoro (e non solo)

Se si escludono istanti prodigiosi […] che il destino ci può donare, amare il proprio lavoro costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”: così scriveva Primo Levi nel suo bellissimo romanzo “La chiave a stella” del 1978.
Per principio e per esperienza ne sono fortemente convinto anche io, tanto da avere scritto anni fa un articolo sul lavoro felice.
Poi però ho sentito persone che mi parlavano anche di altri punti di vista ed altre esperienze e così il mio nuovo romanzo, “L’ultima nuvola”, racconta la storia di un manager alcolizzato dal lavoro e vessato da un capo incompetente e arrogante.

Si vede che il tema è di moda perché la scorsa settimana l’Istituto prevenzione e sicurezza del lavoro (lspesl) ha tenuto a Roma il convegno internazionale: “La gestione dei rischi psicosociali nei luoghi di lavoro nel contesto italiano ed europeo“.
Emerge che quaranta milioni di lavoratori dell’Unione Europea sono affetti da stress, la seconda malattia professionale dopo il mal di schiena, vittime di mobbing e di violenze più o meno esplicite, un cocktail micidiale che costituisce il cosiddetto rischio psicosociale.
Ci si può ridere sopra, ma questo significa ridere sui prezzi che tante persone pagano e su quante energie vengono disperse nelle aziende. Per farvi un esempio, recenti indagini di Six Seconds, network mondiale sull’intelligenza emotiva con il quale ho fatto il percorso per diventare coach, dicono che i lavoratori ritengono che l’azienda utilizzi al massimo il 30% delle loro potenzialità. Anche per questo, il mio libro “L’educazione sentimentale del manager” ha l’ultimo capitolo che si chiama “Orientamento al business e sincero interesse per le persone”.

Sempre dai dati presentati al convegno emerge che il 6% dei lavoratori è stato esposto nell’ultimo anno a minacce di violenza fisica, il 4% a violenza da parte di terzi e il 5% a bullismo e/o molestie.

E poi dobbiamo motivare le persone a darci il meglio di sé, le loro competenze implicite, quelle che nel mio romanzo sono rappresentate da un ottimo cuoco e da un esperto meccanico di motorini!
E poi dobbiamo attraversare una recessione che, pur non essendo l’apocalisse, ci darà filo da torcere. Basta poco per capire che in situazione di crisi questi atteggiamenti malsani sul lavoro si intensificheranno e che le ferite e le infelicità (senza desideri?) sul lavoro tracimeranno anche nella vita di tutti i giorni, rendendo un ambiente più incattivito ed insoddisfatto: è quest’aria che vogliamo respirare?

poliziotti

Allora, occuparci anche di queste cose non è tempo perso, né un approccio filantropico.
Anche per questo sono lieto che AIDP e Manageritalia abbiano organizzato la presentazione de “L’ultima nuvola” per Lunedì 1 dicembre 2008 al Royal Carlton Hotel di Bologna, alle 17,30.
Ci saranno il Vice Presidente AIDP Isabella Covili Faggioli, il Presidente di Manageritalia Claudio Pasini e Libero Mancuso, Assessore al comune di Bologna e già magistrato: tre persone che stimo molto. Scarica l’invito 8

Vi aspetto! Lauro
PS: nel mio libro, che segue il filo rosso di un’indignazione adolescenziale contro le ingiustizie, c’è anche un pezzo sul drammatico G8 2001 di Genova. In queste ore si sta aspettando la sentenza sul massacro alla caserma Diaz: non è un problema di destra o di sinistra, ma di libertà: un Paese maturo dovrebbe abituarsi a ragionare a prescindere da steccati vecchi e ritriti, senza mandare tutto in vacca in squallidi dibattiti televisivi. Ma anche ognuno di noi può essere meno frettoloso nell’affrontare cose fondamentali per un Paese moderno, libero e nel quale sia bello vivere.
(scusate la tirata forse moralistica, ma piove e io sono meteopatico).

PS del PS: è uscita la sentenza, leggi l’Ansa

 

 

8 novembre 2008: “Colline di novembre”

Anche se non sembra, queste sono le colline di novembre, che quest’anno si presenta come una lunga estate di San Martino, almeno fino ad ora.
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5 novembre 2008: “Questo sito ha compiuto tre anni”

Bè, tre anni non sono pochi. Questo sito nacque su consiglio del mio editore, all’uscita de “L’educazione sentimentale del manager” nell’ottobre del 2005.
Farlo ha richiesto molto tempo ma è stato anche un modo per ripercorrere la mia vita e lasciare una traccia meno volubile del ricordo. Perché si fa un sito? Aldilà della ragione strumentale, pur valida, credo ci sia un misto di ambizione, di vanità, di voglia di conoscere gente, di sentirsi meno soli, di partecipare alle tante opportunità che la rete fornisce.
È stata una bella esperienza, che si è modificata nel tempo. Ho capito che occorreva mettere ogni tanto qualche cosa nuova, così sono nate le news come situazione transitoria verso il “Diario”, che è come un baule nel quale le cose sono sovrapposte una all’altra.

Non ho voglia di fare un vero e proprio blog con tanto di commenti, risposte, forum…: però la mia mail è sempre a disposizione e rispondo puntualmente a chi mi scrive.
E così diverse persone mi dicono e mi scrivono “Sai, ho visto sul tuo sito…” e mi fa piacere.
Gli accessi sono cresciuti esponenzialmente e se facessi una ricerca più seria forse troverei una correlazione tra accessi e contenuti dinamici. Ma adesso accontentatevi di vedere l’andamento delle visite al sito: in fondo è anche vostro, ormai.
stati-sito
Con “L’ultima nuvola” ho sperimentato un editore meno visibile di Guerini, e l’ho fatto per un problema di prezzo di copertina e per non finire nella sezione “management”. Ovviamente ho molti più problemi di vendita e credevo che il sito avrebbe fornito maggiore aiuto, invece non è così, tramite il sito il libro non si vende e anche questa è una lezione che ho appreso.
Grazie delle visite e ogni suggerimento, che comunque tenga conto della mia pigrizia extra professionale, sarà ben gradito.

Per tutte e tutti, un invito caloroso per lunedì 1 dicembre 2008 alle ore 17,30, a Bologna per la presentazione de “L’ultima nuvola”  promossa da AIDP e Manageritalia (Royal Carlton Hotel via Montebello 8, a pochi passi dalla stazione ferroviaria e dal parcheggio VIII agosto). 

 

31 ottobre 2008: “La sicurezza è il killer”

don ciotti
Circa a metà del suo intervento don Luigi Ciotti, con quella carica che impressiona e quella chiarezza che non ammette fraintendimenti, ha detto che la sicurezza è il nuovo killer perché nel suo nome si sono calpestati tanti diritti, instaurando una sicurezza penale al posto di quella sociale.

Parlava ad un convegno dello SPI –CGIL, dove ho incontrato Ebe, l’immancabile sorella militante. Mi ha invitato Anna, un concentrato di energia e azione (e intelligenza) che la porta a dedicare tanto tempo a Libera. Così ho potuto regalare a don Luigi Ciotti il mio nuovo romanzo, che parla anche di mafie e di una indignazione adolescenziale contro le ingiustizie.
E dopo gli interventi più di prammatica, don Luigi ha svolto un’analisi puntuale, commovente, strigliante: “Attenzione a non farsi imprenditori della paura, attenzione alla strumentalizzazione delle emozioni della gente, ai capri espiatori. Dobbiamo evitare che le paure si cronicizzino, dobbiamo saper distinguere per non confondere!” diceva animatamente dal palco quell’uomo che consuma la sua vita giorno per giorni al servizio degli altri.
Ricordando Bobbio, il quale diceva che la democrazia vive di buone leggi e buoni costumi, ha sottolineato come il fondamento della legge debba sempre essere la persona umana. E poi una vera e propria lectio magistralis, articolando i tre capisaldi (conoscenza, responsabilità individuale e collettiva, giustizia) sui quali deve articolarsi una società civile.
“La giustizia è prossimità, ascolto, relazione, la prima difesa contro l’insicurezza è il bisogno di verità..” ci diceva con il cuore e con la testa, ricordandoci che Freud, individuando le tre cause che alimentano l’insicurezza (la natura matrigna, la malattia, la relazione tra gli esseri umani) riteneva proprio quest’ultima quella preponderante.
Ha poi citato un’indagine del 1960, in pieno flusso emigratorio dal sud al nord, nella quale si chiedeva ai piemontesi cosa pensassero dei meridionali, ed ai meridionali cosa pensassero dei piemontesi: il tempo si è fermato, stessi pregiudizi e generalizzazioni di oggi, stessa situazione della fine dell’ottocento quanto le persone delle nostre montagne emigravano in Francia ed erano chiamate in modo dispregiativo “Macaronì”.
Don Ciotti ha denunciato come siano venuti meno i legami sociali, le pratiche spontanee di coesione sociale. Da qui la priorità di sconfiggere la solitudine delle persone, che rappresenta la paura più forte.

Riprendendo il concetto della sicurezza killer, si è soffermato su altre insicurezze: quelle sul lavoro, quella stradale (ho imparato che il numero di vittime della strada – i pedoni, prevalentemente anziani e bambini – è più alto delle persone morte sul lavoro), quelle sociale e sanitaria, quelle che si consumano all’interno delle mura domestiche: “Perché queste esigenze di sicurezza non sono così amplificate come quelle verso i migranti?” si accalorava don Ciotti.
E a me è venuto in mente che forse su quella paura proiettiamo tutte le altre, che ci riguardano personalmente, sulle quali potremmo fare di più.
Ci ha ricordato che in pochi anni il numero dei poveri è raddoppiato, raggiungendo la cifra di 15 milioni, in Italia. Implacabile, ha snocciolato dati in base ai quali siamo al quinto posto, tra i sessanta Paesi più avanzati, nella classifica della corruzione: 55 paesi fanno meglio di noi nel combatterla!
E allora, quando stasera ho sentito al telegiornale che Tremonti ha affermato che dobbiamo tutti insieme costruire un mondo basato sul primato dell’etica, sul primato delle leggi sulle prassi, sul primato dei valori sugli interessi, bè, ho pensato a quando Don Ciotti diceva che a parole tutti sono contro la corruzione, la povertà, la giustizia…ma nei fatti: saper distinguere per non confondere.
E ho pensato che etica ed integrità erano al primo posto nella carta dei valori della Enron: ben fa il protagonista de “L’ultima nuvola” a dire che quei documenti sono peggio della carta igenica, usata per giunta!
Per don Ciotti la crisi mondiale che stiamo attraversando è una crisi etica e politica perché persone potenti che pensano esclusivamente a sé stessi hanno fatto quello che hanno voluto, senza regole. È una crisi che ha alla base l’egoismo e l’individualismo.

Don Luigi voleva chiudere il suo intervento in positivo: “Aiutiamoci a cogliere la positività che c’è nelle città, nelle persone, perché così alimenteremo la speranza e si potrà creare un clima nuovo. La vera civiltà è quella che non espelle i problemi e non nasconde il disagio”.
Poi però, da persona che ogni ora del giorno e della notte viaggia dentro la miseria e l’ingiustizia, ha dovuto per forza ricordare che in pochi anni oltre 18.000 persone che cercavano una terra promessa sono affogate nel Mediterraneo, il più grande cimitero di questa Europa del progresso.
E quando, dopo avergli dato il libro, fatto una foto e chiacchierato qualche minuto, l’ho visto andarsene con la scorta ho pensato che tra il dire e il fare c’è davvero in mezzo il mare.

 

25 ottobre 2008: “L’ultima nuvola a Roma”

Giovedì 23 ottobre 2008, nella bella libreria Odradek in via dei Banchi Vecchi a Roma, zona di artigiani, ristorantini, enoteche… “L’ultima nuvola” è stata presentata dal mio amico Alberto Bernard (conosciuto alla scuola di Counseling, durante la quale è nata una bella amicizia) e da Silvia Franceschetti della casa editrice Kimerik.

E’ stata una serata molto piacevole ed intensa, nella quale ho avuto il lusso di ascoltare cosa dicevano alcune persone che avevano letto il mio libro, a partire ovviamente dai due relatori, e riflettende sul senso di quel romanzo. Per onestà intellettuale dico sempre che tanti “sensi” che trovo nell’aver scritto questo libro non mi erano assolutamente noti mentre scrivevo, sonno emersi dopo. Risulta però chiaro il filo rosso di una indignazione adolescenziale contro le ingiustizie, accompagnata però dalla convinzione forte che di fronte alle ingiustizie sta comunque ad ognuno di noi decidere se subirle oppure ribellarsi. Ho avuto la sorpresa anche di vedere alcuni amici di vecchia data, il piacere di una cena azzima e di un buon barbera a campo dè Fiori con un sigaro che profumava un’aria già dolce di suo.

Al mattino dopo, con un sole d’ottobre, morbido ma intenso, ho camminato per Roma, imbattendomi in due lezioni universitarie, una di Fisica ed una di Filosofia, organizzate di fronte a Palazzo Montecitorio per protestare contro la legge Gelmini. C’era un clima attento e responsabile, ne ho ricavato un forte segnale di speranza!

 

 

Invito Kimerik Roma 8

Ora prepariamoci alla presentazione di Bologna, che ci sarà il primo dicembre!

 

21 ottobre 2008: “Giuseppe Ayala e L’ultima nuvola”

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Lunedì sera (20/10/08) il giudice Giuseppe Ayala era ospite di CNA Modena per il ciclo di conferenze “Il valore della conoscenza”: fa piacere che un’associazione imprenditoriale, soprattutto in questi tempi, dedichi spazio a temi come quelli trattati da Giuseppe Ayala nel suo ultimo libro “Chi ha paura muore ogni giorno”.
Ho potuto incontrare Ayala, grazie alla disponibilità di Luisa, per regalargli il mio romanzo nel quale ci sono anche alcune pagine dedicate a Falcone e Borsellino, colleghi ma soprattutto amici di Giuseppe Ayala.
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Gli ho portato anche una copertina de “Il Venerdì” di Repubblica perché quella foto mi ricorda una canzone di Alessandro Haber, “Al mio amico” nella quale compare anche lì il whisky, un single malt, il Laphroaig: ha apprezzato questi piccoli segni, compreso il CD (masterizzato!) di Haber.
Durante la sua conferenza, all’immancabile domanda se non abbia paura, Ayala ha citato Falcone, che rispose: “Diffido di chi  non ha paura, perché è un bugiardo o un incosciente: non essendo io nessuno dei due…”.
Quando gli hanno chiesto se rifarebbe quella esperienza, dura ed esaltante, Ayala ha risposto di sì, senza esitazione, specificando però “…alla condizione che mi garantissero che i miei amici non finissero così”.
andreottiIl libro di Ayala ha tre protagonisti: il pool antimafia, la mafia e lo Stato, che non ci fa una gran bella figura, purtroppo, e che questa volta andrebbe scritto in minuscolo, forse.  Comunque il messaggio finale di questo magistrato, che si è fatto diciotto anni sotto stretta sorveglianza, è di fiducia, per fatti nuovi come il coraggioso sindaco di Gela che ha contrastato la spartizione degli appalti mafiosi, oppure diverse imprese che si organizzano per denunciare chi richiede loro il pizzo. E pensare che Lunari, un ministro della Repubblica, disse – nell’estate del 2001, che con la mafia si doveva convivere. Oppure Gianfranco Miccichè che propone di cambiare nome all’aeroporto di Palermo, intitolato a Falcone e Borsellino, perché quella dedica disturberebbe i turisti. Ci ha già pensato il sindaco di Comiso a togliere il nome “Pio La Torre” da quell’aeroporto.
Anche per questo, nel mio romanzo che si dipana su un filo rosso di indignazione contro le ingiustizie, ma anche di responsabilità nostra di decidere se accettarle o contrastarle, ho inserito alcuni episodi su Falcone e Borsellino, il capitano Ultimo, il G8 di Genova e la Resistenza.
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20 ottobre 2008: “Il mondo ha perso di significato”

“Il mondo ha perso significato, è un mucchio di detriti su cui marciano con le loro vecchie vanità i finanzieri, i generali, i preti, i politici, le loro donne e i loro fabbricanti di piaceri”.

Che aggiungere – dopo aver ascoltato un qualsiasi telegiornale – alle parole di Paul Nizane (1905 – 1940), scrittore e filosofo francese, saggista, romanziere, giornalista? Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita. PN

 

17 ottobre 2008: “Vento d’autunno”

Oggi, verso sera (che arriva sempre prima) tirava un vento forte che staccava con forza le foglie stanche dagli alberi. Ho pensato a quando alla spiaggia del Sansone entra in scena lo scirocco, che entrando di rigiro, sconvolgendo la rosa dei venti, fa danzare il mare con eleganza e forza. Guarda il Video.

 

8 ottobre 2008: “Francesco Guccini vince il premio “Arturo Loria”
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All’interno della “Festa del racconto” organizzata dal Comune di Carpi, il 4 ottobre 2008, giorno del suo onomastico, Francesco Guccini è stato premiato per il suo libro “Icaro”.

È stata una serata interessante e spassosa. Francesco era in forma ed anche Brunetto Salvarani, (che lo conosce bene, visto che è coautore del libro “Di questa cosa che chiami vita”, definito da Guccini il testo più completo sulla sua persona) è stato proprio bravo come intervistatore.
Teatro gremito fino all’inverosimile da un pubblico molto attento.

La parte più formale dell’assegnazione del premio è stata gestita con parsimonia dall’Assessore alla Cultura, Belelli, dal Sindaco e dagli sponsor. È stato comunque spassoso vedere Guccini che ascoltava la motivazione con aria perplessa e, alla fine, domandare: “Parlavate di un altro, vero?”
Francesco ha parlato dei suoi ricordi da bambino, a Carpi. Lo colpì vedere che in pianura si andava a fare la spesa, mentre in montagna il mulino del nonno assicurava tutto ciò di cui c’era bisogno.

Poi ha raccontato della sua esperienza come cronista di “nera” a La Gazzetta di Modena, con il capo redattore che gli diceva di “pompare” anche le notizie di un vecchietto caduto dalla bici, visto che grandi delitti non ce ne erano e che comunque con sarebbero stati affidati a lui. Non si sa ancora se sia vero o falso (Francesco ha smentito) che Bonvi andasse di notte a spaccare vetrine per poi dare l’anteprima della notizia al suo amico Guccini.
Quando l’intervistatore lo ha definito un intellettuale, gucciniana la risposta: “Visto che l’intellettuale lavora con l’intelletto ed io non sono mai stato in miniera…è un fatto semantico”.
Nella parte più riferita al modo di raccontare, Guccini ha svelato che, quando da Modena rientrava a Pavana, i suoi amici gli dicevano: “Chissà quanti film hai visto?”. Ma poiché non gli andava di dire che non aveva i soldi per il cinematografo, così si inventava i film. Prendendo spunto dall’epigrafe del libro, una frase della poetessa polacca Wislawa Szymborska, Guccini ha detto della gioia di scrivere e, soprattutto, di leggere. Poi è naturale, dopo avere letto tanto, avere la voglia di provarci a scrivere qualcosa di proprio!
Brunetto Salvarani ha ripreso un pezzo del racconto “Josè Pasculli”, chiedendogli se ci sono piccoli simboli che, decodificati, ci saprebbero dire qualcosa delle nostre esistenze. Allora, il “nostro” ha citato Bondi Ministro della Cultura, beccandosi uno dei tanti scroscianti applausi.
Quando gli ha ricordato che il critico Stas’ Gawronski disse, ben prima di “Icaro”, che molte canzoni di Guccini sono storie brevi, racconti in forma di poesia che funzionano come un grandangolo sull’esistenza dei suoi personaggi e, forse, anche di chi legge, accostandolo a Poe, Maupassant, Cechov e Carver, Francesco si è tolto dall’imbarazzo dicendo di avergli dato duemila euro: “E poi c’è anche chi ha definito questi miei racconti banali, noiosi, inutili… Però quello dell’Avvenire è morto!”
E giù applausi.
Francesco ha poi letto “Anana”, il terzo racconto di “Icaro” ed un brano esilarante da “Vacca di un cane”, tutto ruotato intorno alla domanda “Chi è, e dov’è Dio?”.
Quando Brunetto gli ha fatto scherzosamente la domanda alla Marzullo, Guccini ha ricordato che Sergio Staino andò davvero a quella trasmissione e si sentì dire: “Si faccia una domanda e si dia la risposta?”. Al chè il grande fumettista disse: “Perché sono venuto qui?”. “Perché sono un coglione”.
E giù risate.
Si avvertiva un clima caldo e sincero nei confronti di Guccini, forse perché è così naturale, sincero, modesto nel modo giusto, spiritoso.

guccini-loria1Prima della serata, grazie anche alla cortesia dell’assessore Belelli e dell’altro autore de “Di questa cosa che chiami vita”, Odo Semellini, persona gentile e disponibile, ho potuto passare mezz’ora con Francesco, che mi ha detto di avere ricevuto il mio libro e le bottiglie di vino che gli avevo lasciato davanti a casa quest’estate, a Pavana. Ha acconsentito a fare da testimonial al mio romanzo “L’ultima nuvola” con una disponibilità che ogni volta mi colpisce.

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È come quando lo vidi la prima volta, nel 1975, a casa sua, o come tutte le altre nelle quali è sempre stato disponibile, come raccontano i miei diari raccolti nella prima parte de “L’educazione sentimentale del manager”.

Mi ha anche fatto capire che potrebbe venire, il 3 dicembre a Bologna, alla presentazione de “L’ultima nuvola” e questo sarebbe un sontuoso regalo: vedremo.
La serata è finita in trattoria con piacevoli chiacchiere, vino e cibo. Qui è con suo cugino Alberto Prandi, citato in Odisseo: se li ascolti parlare senza guardarli fai fatica a distinguerli, hanno la stessa voce.

Comunque, per dirla fino in fondo com’è Francesco, in un tavolo vicino c’erano alcuni ragazzi di Palermo che, alla vista di Guccini, hanno chiamato i loro amici per dargli la notizia. Poiché quelli non ci credevano, bè, Guccini ha parlato con loro al telefono. Sì, la classe non è acqua e, parlando di Francesco, questo detto si rafforza.

Guarda alcuni video della serata:

Premiazione e intervista

– Guccini legge “Vacca d’un cane

– Guccini legge “Anana

 


5 ottobre 2008: “Un gruppo che ha saputo fare squadra”

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A settembre ho concluso un’importante esperienza professionale come Amministratore delegato di una media azienda di ICT. È una tappa che posso dire in buona parte di avere voluto, essendomi  impegnato da diversi anni in un progetto di fusione per rendere più solida la prospettiva dell’azienda, dei suoi dipendenti, dei clienti e di tutti quelli che ci ruotano attorno. Senza troppa enfasi o paroloni di moda, c’è anche una responsabilità sociale dell’azienda e di chi la dirige ed io la sento, come ho cercato di dire nella seconda parte de “L’educazione sentimentale del manager”. È inevitabile fare bilanci e devo dire che mi sembra davvero un buon bilancio, più che buono. Si partiva, otto anni fa, da una situazione molto critica, con un clima interno ed esterno davvero sfavorevole e sfiduciato. Non è stato né facile né banale, come ho scritto a suo tempo ne “L’informatica non è democratica”: però ce l’abbiamo fatta! E il plurale non è un fatto di stile ma di sostanza. Senza i miei diretti collaboratori, e l’azione convinta e sintonizzata di tutti i dipendenti, quel salto non l’avremmo fatto. È altrettanto vero, per non essere ipocriti, che i collaboratori senza un capo adeguato avrebbero prodotto prestazioni più deludenti. Quello che mi interessa qui raccontare è che singole persone – con i propri caratteri e le proprie competenze – possono fare convivere una marcata individualità con la condivisione di obiettivi comuni. C’è poco da fare, se una persona non è ordinaria ha un suo stile, al quale mica facilmente viene meno. Nell’information technology, poi, parliamo di famiglie professionali naturalmente abituate ad essere dei solisti. Però solo con persone non ordinarie si fanno cose straordinarie, e quindi un capo deve sapere lavorare con singole eccellenze e metterle a fattor comune, senza che tutto diventi un indistinto grigio.
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Questa vignetta rappresenta bene la nostra storia, la mia e quella dei miei diretti collaboratori. A metà giugno ho comunicato loro che, dopo la fusione, non sarei stato della partita: a fine giugno l’ho detto a tutti i dipendenti. Certo, c’è un po’ di preoccupazione e un po’ di dispiacere da entrambe le parti, ma sono convinto che dovrebbe essere prevista per legge la rotazione delle figure di vertice, per evitare che interpretino il proprio ruolo con quella troppa sicurezza che fa presto a scollinare in arroganza, come descrivo nel romanzo “L’ultima nuvola“.Come simboleggiare al meglio il termine di un viaggio insieme? Con un viaggio insieme!
Ho preso al balzo un invito ad un importante evento che HP, nostro tradizionale partner, ci ha fatto per affrontare, presso il loro Executive Briefing Center di Houston, i temi tecnologici più importanti dei prossimi anni. È stato davvero interessante ed utile, abbiamo portato a casa contenuti e relazioni preziose per affinare ulteriormente l’assetto della nuova società: ho fatto proprio bene ad allargare a tutto il Comitato di Direzione questo invito (Riccardo non ha potuto venire ma era a tutti gli effetti parte del team!). Abbiamo condiviso la stima e la reputazione conquistate in questi anni, anche al di fuori del perimetro della proprietà e dei clienti: e questo ha fatto bene alla nostra autostima, senza che prendesse le forme dell’arroganza o della supponenza. E poi ci siamo presi alcuni giorni di riposo, per noi. Non siamo amici, nel senso che io sono il loro capo e comunque anche i miei collaboratori non si frequentano più di tanto fuori dal lavoro. Però siamo persone che sono state bene insieme e l’idea di alcuni giorni di vacanza insieme era allettante. D’altronde, il team working si fa, non si chiacchiera!
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Va svelato un arcano: nel novembre di due anni fa – con il cambiamento che si era già annunciato – insieme alla nostra trainer Maria Pia Gasco (qui con il nostri gruppo, nel quale c’era ancroa Nadia, prima del pensionamento), avevamo lavorato  (vedi “Diario”) sui Giochi funzionali, un’applicazione della teoria della “disidentità”, che rappresenta poi il cardine del Conversazionalismo. Alla fine del secondo giorno abbiamo inventato una vacanza negli States in sella a potenti Harley Davidson, con maglietta nera, bandana, occhialoni, musica… and more. Emersero emozioni e sentimenti (quanto sono importanti nel cambiamento, non certo meno dei piani industriali o delle attività degli advisor!) quali: grande voglia di avventura (con un pizzico di trasgressione che per affrontare il cambiamento non guasta), forte spirito solidaristico, diffusa sensazione di benessere e gioia, gusto della libertà.  C’era anche  qualche ingrediente di prudenza e di timore, che nulla tolse all’energia positiva del gruppo ma che, anzi, la rese più reale ed efficace. Fatto sta che da allora abbiamo cominciato a pensarci davvero a quella vacanza ideale e idealizzata. Ed allora quale migliore occasione dell’essere già negli States?
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Da Houston siamo volati a St. Luis (serata memorabile di blues in un locale autentico…e meno memorabile “regular coffee”) e da lì a Springfield MO a prendere le moto, dopo avere acquistato giacche, guanti, magliette, bandane…Tre moto per cinque persone, quindi due si davano il cambio in automobile, che portava anche le valige e ci assisteva durante la pioggia, per fortuna caduta solo il primo giorno. Poco più di seicento miglia per andare dal Missouri all’Illinois, passando per Hannibal (lambita dal Missouri e dai ricordi di Mark Twain) e per alcuni tratti della storica Route 66, fingendo senza crederci di essere dei duri bikers. Avvicinandoci a Chicago (che emozione cavalcare con la moto in mezzo ai grattacieli!) abbiamo fatto alcune tappe nei luoghi dei mitici Blues Brothers:  Joliet Corretional Center (dove inizia il film), la triple rock Church (dove un James Brown, predicatore invasato, intratteneva i fedeli ) e il Music Court Bridge, a Jackson Park, dal quale i nazisti dell’Illinois si sono fatti un bel tuffo per non finire sotto le ruote dell’automobile dei terribili fratelli.

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Come tutti i viaggi anche il nostro ha avuto una fine e una sua storia. C’è chi ha agito maggiormente i sentimenti di prudenza e di timore, chi lo spirito d’avventura, chi il gusto della libertà e del benessere. Convivendo l’intera giornata, per diversi giorni, sono emersi tutti i lati di tutte le persone: toccarli con mano spiega meglio di mille analisi certi comportamenti e atteggiamenti agiti. Consola che nel viaggio di questi giorni e nel viaggio di questi otto anni, non sono mai venuti meno un forte spirito solidaristico, la tenacia che serve ai risultati e il benessere che deriva dal gustarseli.
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In aeroporto a Chicago, prima di partire, abbiamo fatto il punto della situazione utilizzando la metafora del viaggio (e delle valige smarrite, poi ritrovate) per ragionare su questa nostra esperienza professionale che ha inciso anche sul nostro essere. Eravamo soddisfatti e commossi.

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Il primo ottobre ci siamo salutati in una tipica trattoria delle nostre colline: l’atmosfera era densa di emozioni, non mascherate più di tanto, così come è avvenuto il giorno prima, quando tutti i miei collaboratori mi hanno fatto un inaspettato ma tanto gradito rinfresco. Ci siamo anche guardati il video, rivivendo quei momenti accompagnati dalla colonna sonora di Rockin’ Jake, che abbiamo sentito suonare in un mitico locale di St. Louis.

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Ogni fine è un inizio e quindi…buon viaggio a tutti noi. Bè, comunque ciao!

 

 

Ciclamini d’autunno

Sono arrivati
anche quest’anno
i ciclamini quasi rosa
a portare un autunno
che non perdona
e per noi senza letargo.
Vorrei si sbrigasse
la primavera…
Ma sono stanco
di non avere più pazienza
ed ho fretta di imparare
ad aspettare. (lv set09)
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27 settembre 2008: “La poesia continua a difenderci dalle grandi offese della vita”

“La poesia continua a difenderci dalle grandi offese della vita” diceva Cesare Pavese, scrittore e poeta che ho amato sin da ragazzo, come ben si vede dalle tracce della mia adolescenza lasciate sulla prima parte de “L’educazione sentimentale del manager“. A Pavese ho dedicato pochissime ma intense righe anche nel mio nuovo romanzo, “L’ultima nuvola“.
roberto-alperoli Il mio amico sindaco e poeta, Roberto Alperoli, che conosco da quando eravamo poco più che adolescenti, ha ripreso queste parole in un’intervista rialsciata in occasione dell’inaugurazione della quarta edizione del Poesia Festival. Ci siamo incontrati a Spilamberto, giovedì, ad ascoltare una bella lezione di Giuseppe Conte (l’astronomo, il giardiniere e il ribelle. Senso e funzione della poesia oggi) e la messa in musica di versi di Fernando Pessoa magistralmente interpretati da Mariano Deidda ed il suo gruppo. Alla sera, a Levizzano, Alessandro Preziosi, per me poco convincente, ha interpretato poesie di Cesare Pavese davanti a diverse centinaia di persone, molte delle quali ragazze forse (anche) interessate a vedere da vicino un bello del cinema.

Ieri, venerdì, niente poesia. Dopo un piacevole ed affettuoso pranzo con un’amica che mi ha detto le sue impressioni sul mio ultimo libro, ho portato una copia de “L’ultima nuvola” alla responsabile modenese di Libera. E’ una ragazza entusiasta ed energica che mi ha ricordato la mia giovinezza. Poichè ne “L’ultima nuvola” ci sono pezzi su Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Il Capitano Ultimo… mi farà piacere regalare dei libri a questa associazione che si batte contro tutte le mafie, in modo concreto ed ispirato, in totale coerenza con il suo fondatore, Don Luigi Ciotti.

Oggi, tempo permettendo, passeggiata in collina con gli amici: senza fretta!

23 settembre 2008: “Filosofia e Poesia di settembre”

festival-filosofia  È sempre bello sapere che, rientrati dalle vacanze, si troverà nelle piazze il festival della Filosofia (prima) e quello della Poesia (dopo).

Anche quest’anno mi sono fatto alcune lectio magistralis che, come sempre, mi hanno arricchito di spunti e riflessioni. E poi è consolante vedere tanta gente che ascolta, in luoghi piacevoli come le piazze di Modena, Sassuolo e Carpi, con attenzione, incontrare persone conosciute, cazzeggiare…Un lusso, in questo settembre anticamera dell’autunno.

galimbertiUmbertoGalimberti ha trattato il tema “Creatività e follia” ed era quasi commovente l’introduzione del Sindaco di Sassuolo, che si richiamava all’importanza della creatività per il successo del settore ceramico.
Il filosofo ovviamente ha usato un obiettivo diverso, un grandangolo rispetto al microscopio del primo cittadino.
Di Galimberti mi piacciono i contenuti e la modalità con i quali li presenta: non si concede a facili compiacimenti, è abbastanza burbero, ma non scontroso. Ecco, è rigoroso.
Partendo (come era prevedibile) dal dire che la creatività è una parola vuota, perché nulla si crea e nulla si distrugge, l’ha però ben definita come espressioni secondo forme nuove, risoluzione di problemi secondo nuove modalità.
Per i cognitivisti, la parola “creatività” rimanda a scenari inconsueti, forme di intelligenza divergenti, che non risolvono i problemi solamente all’interno del problema dato.
Per Freud la creatività è connessa alla perversione, a sua volta essenziale per avere un pensiero che non vada nel verso giusto. In effetti, se le togliamo la dimensione morale, la parola per – verso significa anche che non c’è una meta predeterminata.
Molto interessante il ragionamento su creatività e ragione. Conscio che la mia sintesi non rende merito alla trattazione di Galimberti, mi piace però sottolineare  come la creatività sia il misconoscimento delle differenze, istituite dalla ragione: una cosa è se stessa e non altro, ci arriva da Platone.
Però, quando nasciamo, non abbiamo la ragione, siamo in uno scenario indifferenziato, almeno fino ai sei o sette anni. Quindi, la ragione non è la verità, ma un codice!
Per introdurre la follia (sfondo per dominare il quale è nata la ragione) Galimberti si è riferito ai poeti, che fanno oscillare e contaminano i significati. Anche i folli contaminano i significati, infrangono le regole della ragione: la creatività affonda nella follia, in uno scenario indifferenziato dove i sensi si intrecciano tra di loro in un linguaggio non facilmente comprensibile, con comportamenti non prevedibili.

Ma noi abbiamo paura dell’indecifrabile e facciamo ricorso ai miti, ai riti e alla logica per cercare di far fronte alla imprevedibilità, che sta all’origine dell’angoscia.
D’altronde, Kant ci dice che La ragione è un’isola piccolissima nello sfondo dell’irrazionale. E Platone, pur sostenendo che” i poeti devono uscire dalla città perché mentono troppo”, aggiungeva che la follia proveniente dal Dio è assai più bella della ragione umana. E detto dal fondatore della ragione nell’Occidente…
Per essere artisti o poeti bisogna scendere nell’inferno dell’insignificante e dell’indifferenza, nella follia intesa come trasgressione della ragione. Però, per scendere in questo inferno ci vogliono regole di ferro, altrimenti diventa arduo riemergere. È la disciplina che fa la differenza tra creatività e spontaneità., per essere creativi bisogna essere fortemente disciplinati.
D’altronde, la ragione è un’opera necessaria per intendersi e vivere in modo prevedibile; è necessaria per convivere e costruire collettività, ma non per dire il nuovo.
La novità la devi andare a prendere nella confusione dei significati e dei codici perché la ragione crea il giusto e lo sbagliato, il bello ed il brutto… tutto già definito.

Le domande del pubblico sono più che altro un’occasione per il relatore di specificare meglio alcuni concetti, sempre che non ci sia la domanda – intervento, che allora è la fine.
In questa sezione, Galimberti ha fatto un interessante il passaggio sul caos, che solo la religione ha inteso come disordine, contrapponendolo all’ordine del cosmo. Caos significa anche aprirsi, dischiudersi: per Baudelaire è il respiro della terra. Così come la ragione è un recinto nell’aperto, il caos è l’apertura a tutte le significazioni.
Poi ha precisato come, oggi, alla base della depressione ci stia l’inadeguatezza, non più il senso di colpa. Infatti, la nostra identità deriva dal riconoscimento degli altri: nell’era della Tecnica il riconoscimento è legato al raggiungimento di obiettivi sempre più ambiziosi, verso i quali si deve sempre essere “up to date”: dopo è chiaro che non sei mai all’altezza e vai in depressione!
Interessante anche la considerazione sui giovani: poiché il denaro è il motivo generatore di valore, i giovani non sono un valore. Anzi, sono visualizzati come problemi, vivono di notte perché di giorno non li fila nessuno. Non ci si distrae più per divertirsi, ma per non pensare, per non stare con se stessi. E allora il rumore perenne, perché il silenzio ci fa paura.
I giovani si anestetizzano, senza gioia, per non esserci, in un mondo che non li convoca.
Però così siamo una società senile, che rinuncia alla forza sessuale, fisica e mentale che hanno i giovani. Rinunciare a queste energie non significa essere una società in declino, ma una società che è finita.
E qui non ho capito perché tutte le persone abbiano applaudito.

Mi è piaciuto quando, di fronte a chi gli chiedeva cosa ne pensasse delle discipline orientali, ha detto con fermezza che noi occidentali non siamo in grado di entrare nello scenario delle discipline orientali. Anzi, sa un po’ di onnipotenza dimenticare il limite dell’occidentale, che è la razionalità: non è solo questione di tecniche, non si può apprendere tutto. Dovremmo quindi evitare di pensare che la nostra sia LA ragione, ben che vada è UNA delle forme del pensiero.

Silvia Vegetti Finzi ha parlato domenica mattina, a Carpi, su: ”Per una archeologia del pensiero femminile, il bambino della notte”.
È partita da un elogio della fantasia, contrapposta alla efficienza del fare. Quante volte ci hanno detto “Scendi dalle nuvole, stai con i piedi per terra!”, per denigrare (inconsapevolmente?) il pensiero. Certo, pur essendo la fantasia consolazione e felicità, può anche sconfinare nel delirio, ma è un’altra storia.
La fantasia è costruita dalle figure del giorno, che si assemblano con quelle della notte: l’inconscio e il sogno, quell’ombelico che ci collega all’ignoto.
La relatrice parla sempre da un punto di vista delle donne, ma risulta interessante e gradevole anche per noi maschi. È partita dal fatto che le donne partoriscono per se stesse e per la specie: da un lato, con il parto la donna si realizza, dall’altro contribuisce alla continuazione della specie, a livello istintuale, come gli animali.
Però non ci aggrada accostarci agli animali, solo ai bambini piace immedesimarsi con quelli delle favole, senza per questo riportare ferite narcisistiche. Invece noi adulti usiamo gli animali come disprezzo: sei una bestia, un cane infedele, una iena…
Però tante volte gli animali ne sanno più di noi. La gatta partorisce senza alcun input, le donne vanno a corsi di parto tenuti da uomini. Perché questa perdita dell’estro, che nei mammiferi regola i comportamenti istintuali?
La cagna (Silvia Vegetti Finzi l’ha chiamata la femmina del cane) incinta non vuole più avere rapporti sessuali perché sente che dentro di sé è avvenuto qualche cosa: la donna invece ha bisogno delle analisi chimiche di conferma, del test di gravidanza.
D’altronde, la nascita di Gesù è annunciata dai profeti, quindi la nascita proviene dal maschile, la donna fornisce materia, l’alloggio (madre ? materia).
La relatrice ha utilizzato con efficacia diversi miti (la dea Thonet del primo mito culturale dell’occidente, Gaia…) per sottolineare come agli uomini non sia mai piaciuta l’idea di  partenogenesi ed abbiano preso in sé la potenza della donna, creando il secondo mondo. Quella remota condanna resiste ancora, ecco perché le donne hanno perso il sapere essere madre in modo naturale e vivono la gravidanza quasi esclusivamente come fatto fisiologico, mentre dovrebbe esserci anche un grembo psichico.
Ha poi utilizzato diverse diapositive raffiguranti tele di Gesù e di san Giovannino per spiegare che, a contatto con il bambino del giorno, quello della notte scompare e lascia dietro di se un lutto, una sorta di malinconia, di nostalgia: come se qualcuno si fosse allontanato senza commiato.

Giacomo Marramao ha parlato a Sassuolo, domenica pomeriggio, accompagnato dal Sindaco e dalla banda: quando ha attaccato “Azzurro” mi sarebbe piaciuto che invece avessero scelto: “Maramao perché sei morto, pane e vin non ti mancava…”: ma forse era troppo per il titolo della lectio che riportava evidenti tracce filosofiche: “Dopo l’avvenire l’ambigua presenza del presente”.
Anche questa lezione mi è piaciuta, tranne quando il relatore indossava i panni del filosofo militante. Ma è un problema mio, anche perché Marramao l’ha detto esplicitamente che il filosofo deve porre interrogazioni che facciano leva sull’esperienza del presente, che facciano attrito sul terreno del presente.
Ho comunque condiviso che il presente non è sempre chiaro nel nostro Paese e che servirebbero ancor più idee di civiltà e democrazia per valorizzare il meglio del passato e proiettarlo verso il futuro. È che prendeva a modello la nostra regione quando, a pochi passi della piazza del palazzo Ducale, esiste un quartiere, Braida, che credo contenga tutte le contraddizioni alle quali si riferiva il filosofo.
Per Marramao, la fantasia si collega alla capacità di cogliere un aspetto del presente nascosto dal rumore dell’attualità. Il presente non ha solamente l’aspetto dell’attualità, va aldilà ed ha anche una piega inattuale, non nel senso di demodé, ma di proiezione e anticipazione del futuro.
In occidente stiamo vivendo le esperienze già praticate da Freud e da Nietzsche, la fine di una visione garantita. Varcata la soglia del futuro garantito, nessun futuro è possibile. Allora, ridefinire il futuro in termini nuovi, sottraendoci allo schiacciamento sul presente, un presente nel quale le vecchie carte di navigazione non servono più a nulla. Molto bello il passaggio sull’ipertrofia dell’attesa che genera una scollatura tra inflazione delle aspettative e restringimento del campo dell’esperienza.
Già decenni fa andava di modo lo slogan “No Future”, che però comporta un ritorno al presente concentrato sui desideri e sulle dimensioni a breve, senza proiettare le nostre aspirazioni.
C’è anche un versante depressivo connesso alla fine del futuro, in questa epoca delle passioni tristi.
In una sorta di eterogenesi, conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali, si assiste allo scacco della politica, a lungo ideologica, che ha promesso troppo ma non ha determinato carica simbolica per i singoli e per la collettività.
Il filosofo ha stigmatizzato la caduta dell’entusiasmo per svolte storiche, per le cose nuove. Quando ha affermato che non c’è più entusiasmo, ma timore, anzi, angoscia, non ho potuto fare a meno di osservare l’espressione del Sindaco, che pure credo sia una brava persona.
La politica è stata tirata dentro al buco nero del virtuale, che fagocita la realtà e rende irrilevanti i nostri corpi. Il presente pare eternalizzato grazie alle innovazioni e al loro carattere seriale, quasi si pensasse ad un presente eterno. Questa smaterializzazione però comporta lo svuotamento del simbolico,ogni evento è neutralizzato, serializzato, visto in uno scorcio dal quale passa solo ciò che è utile alle innovazioni di sistemi già predeterminati.
Partendo dall’11 settembre (da cui parte lo sciopero degli eventi), Marramao ha svolto una interessante condivisione sulle politiche della paura e stato dell’emergenza, sostenendo che la paura non nasce da dinamiche oggettive, da fenomeni migratori, per altro propiziati dall’economia dei mondi sviluppati, ma che è indotta politicamente. Di nuovo guardavo il Sindaco che secondo me pensava ancora al quartiere Braida, mentre Marramao diceva che lo stato di eccezione non è reale, ma  alimentato e prodotto ad arte.
Per uscire da questa situazione occorre riprendendo a ripensare al presente, nella sua pienezza: evitando di confondere il presente con l’attuale, generando invece fantasie anticipatrici come l’arte, i linguaggi artistici, musicali, della scienza.
E’ vero che la prima forma in cui si presenta il soggetto è l’assoggettamento, tutti inchiodati a giocare un solo ruolo, una sola appartenenza, una nostra identità. Ma se accettiamo questa crocifissione a un’identità (sono solo islamico, solo cattolico, … ) allora non sono possibili le identità relazionali, multiple, quelle che servono per un nuovo cosmopolitismo. Occorre fuoriuscire dall’identità chiusa per ricostruire insieme una nuova identità, anche perché la casa dell’universale non è (già) edificata, deve essere riedificata multilateralmente.
La politica deve poi ridefinirsi in un lessico più vicino all’esperienze, colmando la frattura oggi esistente tra la dimensione materiale e la dimensione simbolica. Deve aprire il varco dell’entusiasmo, quello vero, che ci strappa dalla nostra pigra identità consolidata e ci mette in rapporto con un nuovo. Deve riprendere l’idea di progettare un orizzonte di senso per l’agire e la vita delle persone.
La politica deve parlare sì della ragione, ma non intesa solo come razio, puro calcolo: deve essere in grado di suscitare passioni. Conclusione con frase ad effetto: “Dall’immaginazione al potere alla fantasia del movimento, per riaprire il futuro dopo la caduta dell’avvenire garantito”.

Delle risposte alla domande mi sono piaciuti molto due concetti:
– Il futuro dipenderà da noi stessi, dalle nostre scelte o non scelte
– ognuno di noi è come il vento, quando entra in uno spazio lo fa vibrare in modo unico e irripetibile.

Ed ora, tutti al festival della Poesia, ideato dal mio amico, sindaco di Castelnuovo Rangone e poeta, Roberto Alperoli. Il programma è visionabile cliccando sul logo del poesiafestival. 

 

16 settembre 2008: “L’ultima nuvola all’isola d’Elba”

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Guarda i video su You Tube:

Video 1

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Video 3

L’isola d’Elba quest’anno mi ha regalato quattro giorni di bel caldo e bel mare e tre giorni con cielo coperto e pioggia. Ma settembre rimane sempre un periodo meraviglioso perchè c’è poca gente ed il caldo è più morbido. Di solito sono vacanze all’insegna dell’ozio assoluto, il chè richiede una buona competenza, comunque. Quest’anno tutto invece ha ruotato intorno alla presentazione de  “L’ultima nuvola” a Capoliveri.

venturini  Il mio amico Milvio, che ogni anno mi adotta nella sua famiglia, per una settimana, mi ha fatto conoscere un suo vecchio amico di scuola, Michelangelo Venturini. E’ il Presidente dell’Associazione che ogni anno rievoca la storia di un amore tragicamente contrastato, che io ho raccontato nel mio romanzo. Non volendo fare brutte figure, pur senza volere scrivere un saggio, ho chiesto a Milvio se conosceva qualcuno in grado di controllare che non avessi scritto bischerate. E così, telefonata dopo telefonata, io e Michelangelo siamo diventati amici e mi ha corretto anche il vernacolo capoliverese. Mercoledì ho avuto il piacere di incontrarlo e, insieme a Milvio, di apprezzare anche le sue doti culinarie: minestrone tipico elbano, scampi, pesce spada con rucola ed acciughe all’uovo. Questa è stata una grande e gradita sorpresa  perchè nel mio libro un inesistente oste (Nello) serve al protagonistra uova e sardine, ed abbondante vino. Michelangelo aveva organizzato la presentazione nella suggestiva piazzetta La Vantina (adesso so perchè si chiama così), facendo allestire un’osteria nella quale gli avventori erano le persone che assistevano alla presentazione ed alcuni attori avrebbero recitato alcuni dialoghi del libro, in capoliverese. Ma ci si è messo il maltempo: libeccio e grecale si sfidavano per tutta la giornata di sabato 13, ha vinto il grecale e poichè la piazzetta è esposta a nord est…tanta acqua da fare paura (piccola parentesi, nello stesso momento Guccini apriva il concerto a Taormina e finalmente poteva dire “Piove, governo ladro!”).
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Da buon imprenditore, qual’è, Michelangelo ha organizzato la presentazione in un ristorante che dà proprio sulla piazza principale: nella foto si vedono i tavolini del locale.
Dopo il saluto dell’Assessore alla Cultura del Comune, Michelangelo ha fatto una introduzione puntuale e accattivante, ed ha passato la parola a Francesco Varanini, che in un certo senso si potrebbe anche definire elbano. Io e Francesco ci conosciamo da oltre dieci anni, abbiamo lavorato insieme, devo a lui il mio primo libro… Bè, la chiacchierata è diventata interessante e piacevole allo stesso tempo. Adesso non ho voglia di dilungarmi sul contenuto, mi pare ci sia anche una registrazione, vedrò. C’erano molte persone, tante, per quel tempaccio. E c’erano i miei amici di Castelvetro che sono venuti in moto e con i quali ho passato tre giorni divertenti.
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C’era anche il mio amico Alberto, compagno della scuola di counseling che il 23 ottobre presenterà con me il libro a Roma, e c’era anche un pò di famiglia. Ad esempio, Loretta ed Ebe sono due delle mie quattro sorelle e chi indovina almeno due particolari dai quali far discendere la familiarità riceverà un libro in omaggio:
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Sono stato molto contento della presentazione del libro e di questa settimana nel suo complesso. In più è venuto con me mio figlio Paolo e questo è stato un grandissimo regalo che mi sono gustato!
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Scrivere “L’ultima nuvola” mi ha divertito e spero che lo leggano in molti perchè credo di aver avuto delle cose da dire e di averle dette bene. Buona lettura!
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7 settembre 2008: “Morte di un albero”

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Non ce l’ha fatta.
Piantata con cura,
innaffiata per bene.
Voluta. 

Non ho capito perché
quasi di colpo
si sia lasciata seccare.
Rassegnata.

Adesso sarà sradicata
e al suo posto
verrà un’altra quercia.
Diversa.

Per fortuna che intorno
il melograno e la vite
Resistono decise.
Ancora.

 

26 agosto 2008: “Per non dimenticare”

Ricevo da un’amica collega una mail con allegato un crudo documento fotografico sull’Olocausto. Come chi me l’ha inviata, anche io mi sono stancato delle “catene” via rete, ma penso che faccia bene diffondere quei documenti, allora metto a disposizione il mio sito per questo:
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sterminio-4Questo argomento affonda nelle mie radici come una lama perchè mio babbo è stato ospite, suo malgrado, di un campo di concentramento 8. Certo, non di sterminio, ma erano situazioni davvero incredibili anche quelle. E poi, spesso chi non era più capace di lavorare, dal campo di concentramento finiva in quello di sterminio.
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E’ quindi ovvio che senta sempre un’impellente necessità di parlare di queste cose, quasi come una compensazione di quando – da ragazzino, davo del noioso a mio babbo perchè mi parlava di quella tragedia, come la chiamava lui. Un pò di ragione l’avevo anche io, ne parlava spesso a tavola, se lasciavamo qualche cosa lì nel piatto o toglievamo il grasso dal prosciutto.

Nel mio nuovo romanzo, “L’ultima nuvola“, insieme ad un pezzo sul G8 di Genova, sulla cattura di Totò Riina e su Falcone e Borsellino, ho messo diversi capitoli che parlano di un partigiano che racconta toccanti episodi di Resistenza (mi sono ispirato anche a fatti veri, poco conosciuti, come quello di mio zio Roberto Moscardini  8 e dei suoi fratelli) e parla diffusamente anche dei campi di concentramento. Non è solo una riparazione con il genitore, ma anche la consapevolezza che non è mai abbastanza quello che si fa per non dimenticare. Lo scrivo proprio nelle note finali del libro: “Tutti i fatti che ho narrato sono esclusivamente funzionali alla trama, senza alcuna velleità storico documentale: d’altra parte a un romanzo non è richiesta nè l’esattezza di un saggio, nè la perfezione di una poesia. Ciò detto, i campi di concentramento e di sterminio sono esistiti…”.

Aveva ragione il generale Heisenhower a pretendere, appena arrivato ad Auschwitz, che si raccogliesse la massima documentazione possibile perchè “arriverà un giorno in cui qualche cretino si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo”.

Quindi, quando si può, continiamo a diffondere queste memorie. Da parte mia lo faccio: a settembre dello scorso anno misi la news “Son morto con altri cento 8 e nell’articolo sul Lavoro felice 8 riportai un ricordo di mio babbo. Ora ho deciso che metto anche questa cartolina (che pocho tempo fa mi ha dato mia zia) nella quale il prigioniero VI°E77286 scriveva ai suoi genitori perchè non si preoccupassero per lui (sic!): “Cari genitori, come al solito sto bene. Nessuna novità ho da dirvi. Il lavoro non mi manca mai perciò mi passo il tempo bene e alla notte dormo come mai e l’appetito non si fa desiderare. Affettuosi saluti a tutti in famiglia, parenti e vicinanti. Vostro figlio Lino”.

Fatto trenta…facciamo trentuno con qualche altro link:

Su in collina  di Francesco Guccini

Auschwitz  di Francesco Guccini

Lager  di Francesco Guccini

 

20 agosto 2008: “Le paure degli Italiani”
roberto-vacca  
Capita a tutti noi, chi più chi meno, di parlare con amici e conoscenti, o anche con colleghi, fornitori, clienti…, e percepire un sentimento che oscilla tra l’insoddisfazione generale e generica e il timore del futuro. Diciamolo senza remore: la maggior parte delle persone non ci appare serena o soddisfatta. Mi è piaciuto un articolo di Roberto Vacca,ingegnere, scrittore e divulgatore scientifico, che con il solito acume e la solita competenza ha parlato delle paure degli Italiani.
Ho conosciuto personalmente Roberto Vacca durante l’Orto delle Competenze della mia amica Judith, l’ho incrociato un paio di volte in treno e mi sono fatto l’idea di una persona solida, che fa bene ascoltare.
Per leggere l’articolo di questo signore (figlio di un matematico studioso della cultura cinese e di una scrittrice di saggi di arabistica e islamistica, che ha deciso di non pubblicare più presso gli editori i suoi libri, ma di autoprodurseli) che secondo me ha una rilevanza pubblica inferiore alla sua qualità, forse perché dice cose chiare e non è asservito a nessuno, basta ciccare qui.
Ho tanti altri scritti di Roberto Vacca, essendo iscritto alla sua newletter: chi è interessato può chiedermeli tranquillamente.

10 agosto 2008: “Di dischi, di libri e di altre sciocchezze”
librerie

Mi sono deciso e ho fatto imbiancare la casa. Tanto avevo tempo per spostare le cose, visto che il jet lag anche sta volta ha voluto giocare il suo ruolo fino in fondo. Come per i traslochi, queste sono occasioni per prendere in mano cose dimenticate da anni ed allora, nel rimetterle a posto, c’è quasi un religioso rito: quel libro lo lessi… c’è quella frase così bella…, quell’oggetto preso in quel Paese, una conchiglia di mari lontani o anche di una domenica pomeriggio a Rimini, d’inverno. Una pigna, una cartolina, qualche articolo di giornale chissà perchè conservato. Ah quel disco… e via sul piatto dove musica, fruscio e ricordi si mescolano in una armonia dolce e di piccola leggera malinconia per il tempo passato. E la memoria si perde in un cammino casuale, dettato dalle cose che ti capitano in mano e dai suoni del giradischi. È un bel viaggio, che si deve fare da soli. Così come non esiste nessun modo ottimale per catalogare i libri (per autore, per titolo, per genere?); alla fine ho fatto una scelta cromatica, disponendoli per editore e per collana, piccoli inserti omogenei di un mosaico che mi rappresenta e che mi dà la gioia del leggere!

 

 

25 luglio 2008: “Guccini 27 anni dopo”

 

Febbraio 1981 a Corticella Paradiso, vicino a Verona. Prima di un concerto, nel casino che una volta, senza body guard nè i Megale di turno, caratterizzava il suo “camerino”, Guccini rilascia un’intervista a Radio Popolare. Poi il microfono resta acceso e cattura alcune “chicche” gucciniane, alcune delle quali non è corretto rendere pubbliche visto che quasi sicuramente Francesco non sapeva di essere registrato (comunque un paio di anni fa gli ho dato il CD con tuttta la registrazione).
Da questo materiale, che mi è stato regalato da Francesco Varanini, allora giovane redattore radiofonico (prima di diventare direttore operativo di Cuore e poi dirigente, consulente, professore universitario), ho tirato fuori tre spezzoni:

– Guccini e la cultura
– Guccini e la precarietà
– Guccini e La Locomotiva

Alla domanda “Che cos’è la cultura”, il Maestrone risponde con il suo stile: “Questa è una domanda del cazzo!”, poi però si perde in considerazioni sulle radici e sulle transizioni che mi sembrano attuali anche ora. E poi mi piace Guccini come sempre schietto e mai asservito alle logiche dominanti del tempo.

Poco dopo, sempre dentro l’intervista, Guccini discute con Milo Manara di precarietà ed è incredibile sentire due modi così diversi di interpretarla. Manara la vuole affrontare ed ha acquistato un camper (una casa con le ruote); Guccini invece aborra la precarietà e fa considerazioni che io condivido pienamente. Alcuni di questi pezzi (citando ovviamente la fonte) li ho utilizzati per un dialogo che c’è nel mio romanzo, “L’ultima nuvola”, che uscirà a settembre.

Finita l’intervista Guccini attacca con la sua chitarra “Anche questa sera la luna è sorta…”. Dopo poco uscirà l’ellepi Metropolis, con Bisanzio, Venezia, Antenor, Bologna, Lager, Black Out e Milano (poveri bimbi). Ho un bellissimo ricordo di quei tempi, ero stato al Kiwi a Piumazzo a sentire Guccini in concerto e dopo sono andato a salutarlo. Mi ha invitato ad andare a Montale (MO) all’Umbi Studios – Maison Blanche dove stava appunto registrando il disco. In questa bella cascina attrezzata con moderne tecnologie (ci hanno registrato Fossati, Mannoia, Vanoni…) Guccini, Fantini ed i musicisti lavoravano e soggiornavano: è lì che ho visto Francesco tirare con l’arco con una certa competenza. Va bè, dico questo perché prima ho messo la chiosa sui body guard ecc… ma Guccini con me è sempre stato ed è sempre molto accogliente e credo che faccia bene a proteggersi prima dei concerti. Mi viene in mente che ne “L’educazione sentimentale del manager” riporto dai miei diari di allora il primo incontro con Francesco, nel 1975, a casa sua.

Nel terzo video Guccini fa un’esilarante interpretazione de La Locomotiva, inventandosi un coro di bambini zizzolanti. Zizzolare, in dialetto bolognese, vorrebbe dire tremare o avere freddo, in verità si dice di una persona che quando parla fa collinare la esse in zeta, anche se quasi sempre noi emiliani facciamo l’opposto (sappa, succhero, sio can…).

So che Francesco non ama questa cosa di internet che brucia i tempi, consuma tutto…Però credo che sia uno di quei trend inarrestabili e quindi è inutile farsi il sangue cattivo. Quando dopo il concerto di Porretta ho messo in rete “Il testamento del pagliaccio” (a parte che ce ne erano già altre versioni), bè, ci sono state più di mille visite, gente che apprezzava, si scambiava commenti, si dava appuntamenti ad altri concerti, chiedeva di acquistare libri o dischi… Mi viene in mente che negli anni settanta un famoso complesso di Progressive permetteva che i suoi concerti fossero registrati. Certo, era una possibilità data a pochissimi eletti, viste le tecnologie del tempo, però dietro c’era un’idea moderna: non vendo le mie canzoni ma l’evento, lo spettacolo in diretta: e le emozioni non si clonano. Ci sarebbe da fare una riflessione su diritti d’autore, editori… ma lasciamo perdere. Gustatevi i video (audio) e ditemi cosa ne pensate!

–  Guccini e la cultura

–  Guccini e la precarietà

–  Guccini e La Locomotiva

Alcune foto:

1975, “recital” (allora si chiamavano così) a Castelvetro (Mo) nella palestra comunale perchè il prete ci negò il teatrino parrocchiale dopo aver letto i testi di alcune canzoni di Francesco, ignorando che Radio Vaticana aveva trasmesso per prima “Dio è morto”…

gucciniA Parma (2000) prima del concerto

A Pavana, agosto 2007. Francesco ha gli occhiali sopra le bozze de “L’ultima nuvola
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E infine, un omaggio al sempre giovane Francesco, che ha ancora la forza per fare bellissimi concerti e una mia foto da ragazzo cantando con leggera malinconia “Un anno è andato via della mia vita…”!
guccini-giovane  lauro-1976

 

 


23 luglio 2008: “L’educazione sentimentale dei giovani manager”
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Pfizer, multinazionale farmaceutica con sede anche in Italia, mi ha invitato a presentare “L’educazione sentimentale dei manager” ai giovani assunti che hanno partecipato al progetto ILDP – Italian Leadership Development Program organizzato dall’azienda insieme all’Università Bocconi. Nella splendida cornice di Villa Grazioli, vicino a Frascati, ho dialogato piacevolmente con oltre quindici giovani manager attenti ed interessati a sentire la testimonianza di un Amministratore delegato che si diletta anche a scrivere. Mi sono (ri) fatto l’idea che non ha senso confrontare generazioni, in ogni generazione ci sono persone sveglie e motivate e persone più superficiali e menefreghiste, anche se mi hanno fatto riflettere i due docenti della Bocconi che dicevano di avere registrato un decadimento nella qualità degli studenti. Mentre scendeva un sontuoso tramonto su Roma abbiamo accennato anche a “L’ultima nuvola“, il mio nuovo romanzo  che uscirà tra poco e sarà presentato il 13 settembre a Capoliveri – isola d’Elba. Anche in quel libro si parla del valore del lavoro e dei danni incommensurabili che possono fare capi ingnoranti e incompetenti. Un grazie di cuore ad Alberto Bernard, HR manager di Pfizer con il quale ho condiviso la scuola di Counseling e quella di Coaching diventando veramente amici. La cena ed il dopocena hanno chiuso in bellezza questa positiva esperienza!

 

17 luglio 2008: “Sognando la California”

“Ti sogno California…e un giorno io verrò” cantavano i Dick Dick nl 1966, ispirandosi a “California dreaming” dei Mamas & Papas.
Due anni dopo Otis Redding cantava “Sittin’ on the dock of the bay  per raccontare di avere lasciato la sua casa in Georgia diretto verso la baia di Frisco. E nel 2008 ci sono andato io, meglio tardi che mai.

Da San Francisco a Monterey, per uno straordinario viaggio ad incontrare le balene. Poi a  Yosemite Park, caratterizzato da enormi rocce di granito, compresa El Capitan che i Nativi consideravano sacra e che oggi è ambita dagli alpinisti più esperti. Noi ci siamo accontentati di un trekking tra boschi e ruscelli che ci ha portato  fino alle cascate più alte.
Tappa successiva il Sequoia National Park per camminare in mezzo a incredibili sequoie secolari, compreso il General Sherman Tree, ritenuto l’albero, quindi l’organismo vivente, più grande della Terra.
Dopo avere dormito in un sontuoso lodge all’interno del parco, il navigatore (never lost) ci ha portato per strade improbabili alla Death Valley, un nome e un programma. Più di 120 gradi F., un secco da non immaginare e un vento che era così caldo da risultare fastidioso invece che ristoratore. Dall’alto quel enorme deserto sembra acqua e chissà quanti coloni ci sono cascati. Quando poi trovavano un po’ d’acqua, bè, era mortale: che sfiga!
california-1E finalmente il Grand Canyon: nessuna fotografia  può esprimere lo stupore che si prova a vedere quella immensa gola che il fiume Colorado ha scavato creando una profondità di oltre 1.500 metri, una lunghezza di quasi 500 chilometri e una larghezza che arriva a quasi 30 chilometri, in alcuni punti. Le dimensioni, i contorni, i colori fanno restare senza fiato: chissà cosa provò Garcia Lòpez de Càrdenas, il primo europeo che, seguendo i racconti di un misterioso fiume che facevano gli indiani Hopi, nel 1540 lo scoprì.
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Ci siamo goduti un altro bel trekking senza ovviamente avere la pretesa di arrivare fino in fondo, ma accontentandoci (?) di camminare tra quel paesaggio fantastico che presenta tanti strati di roccia diversi, come per ricordarci che nulla siamo con i nostro ottanta (a metterla bene!) anni rispetto alla natura. Pur senza rischiare il rafting vero e proprio (le statistiche sugli incidenti spesso mortali non incoraggiano), ci siamo permessi una bella navigazione “smooth” partendo dalla diga di Glen con un gommone che ci ha portato sino al punto in cui il Colorado non è più navigabile e cominciano le rapide.
monument-valleyNon potevamo saltare la Monument Valley, vista in tanti film di indiani e cowboy che sembra di esserci già stati in quel pezzo di terra tra l’Utah e l’Arizona, raggiungibile dalla Highway 163.
Si può girare in macchina tra quelle sculture naturali e quelle guglie, dette butte o mesas, che sanno di roccia e di sabbia dai colori mozzafiato generati dall’ossido di ferro. Nella Monument Valley vivono i Navajo, a me hanno fatto tristezza con i loro improbabili banchetti di souvenir: da bravo turista comunque ho comperato un DreamCatcher, non si sa mai…

autogrill“E in un attimo, ma come accade spesso, cambiò il volto d’ ogni cosa, cancellarono di colpo ogni riflesso le tendine in nylon rosa…” così canta Guccini in Autogrill. ? b 113 E in questo diner davvero c’erano le tendine in nylon rosa e anche i bicchieri per la soda-fountain, peccato che mancasse una  ragazza che dietro al banco mescolava birra chiara e seven-up con un sorriso da fossette e denti da pubblicità: c’era solo una signora tozza e sgarbata, che sembrava gli facessimo un dispiacere a chiedere un panino, per altro senza poterlo accompagnare con una fresca birra!

Terminata la parte per così dire naturalistica ci siamo messi in cammino per Los Angeles, in groppa alla fidatissima Pontiac G6.
Dopo le deludenti Malibù e Santa Monica (escluso un sontuoso ristorante nel quale Simo mi ha invitato per il mio compleanno e un dopo cena nel corso centrale, vivo e piacevole), siamo approdati a Los Angeles. La cosa che mi è piaciuta di più è stato il Financial District con i suoi grattacieli, del resto Dowtown è un improbabile insieme di quartieri sgarruppati.
Ci siamo però goduti una bella partita di baseball come sostenitori dei Dodgers: se non ci sbagliamo (capivamo forse il 10% delle regole) però dovrebbero aver perso dai Marlyn di Miami. Lo spettacolo comunque è stato garantito!
La scritta Holliwood sulla collina esiste davvero, ma questa città è per nulla graziosa: sporca e disordinata, anche nella centralissima Walk of Fame sulla quale dal 1958 sono incastonate più di due mila piastrelle  color carbone con  una stella rosa bordata di bronzo e il nome dell’artista ritenuto meritevole, a qualsiasi razza appartenga:
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Non credo proprio che sia stata la mia news, però pochi giorni dopo sull’ANSA Ana Martinez Holler, rappresentante della Chamber of Commerce  di Los Angeles, ha rilasciato un’intervista dicendo che le celebrità  omaggiate dalle stelle della Walk of Fame (o i loro familiari) chiamano inviperiti perché il famoso marciapiede non splende più ed è un vero disastro.

Di Beverly Hills posso solo dire che è la zona centrale della moda milanese riprodotta in mezzo a quella landa a nord di Los Angeles e mi sono chiesto perché tanti turisti vanno a farsi una foto in Rodeo Drive invece che in via della Spiga.

Viaggiando su quelle lunghe autostrade popolate da camion enormi, non poteva ogni tanto non venire in mente “Duel”, il film di Spielberg (1971) nel quale David, rappresentante di commercio, non riesce a superare un’autocisterna e tutto si trasforma in una sfida minacciosa nella quale l’autista del camion, vero  cacciatore che bracca la sua preda, però on ce l’avrà vinta. Per fortuna anche a noi è andato tutto bene! Va bè, dopo un bel po’ di ore di viaggio in aereo, via Parigi, siamo arrivati a casa e mi è stato regalato questo bel tramonto che scendeva su belle vacanze!
los-angeles-1Guarda i video dilettanteschi, cioè girati per diletto:
Frisco Bay

La danza delle balene

Yosemite e Sequoia National Park 

Wild West: Death Valley, Grand Canyon e Monument Valley 

 

10 luglio 2008: “Saluti da Los Angeles”
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Un saluto, a tutte le amiche e gli amici che visitano il sito, da Los Angeles. Stanno terminando giorni di vacanza piacevoli e rilassanti, dalle colline di San Francisco alle balene di Monterey, dai parchi di Yosemite e Sequoia alla calura incredibile della Death Valley, dalla maestosita’ del Grand Canyon alla Monument Valley!

 

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