Discorso sulla “Impresa di Terzo Millennio”

di Lauro Venturi il 24 giugno 2016

Leggere Gianfranco Dioguardi non è semplice, seppure scriva in modo chiaro e con una linearità che rasenta la perfezione.
E’ che ogni riga trasuda concetti ricercati e profondi, mentre il testo intreccia il fil rouge del pensiero con citazioni sempre pertinenti e mai ostentate.
Così è stato anche per il “Discorso sulla impresa del Terzo Millennio” pubblicato recentemente sul notiziario della Banca Popolare di Sondrio.
Dioguardi mi ha fatto riflettere che le imprese non possono più imitare, ma devono costruire strategie adatte alle loro radici storiche, passando da un’evoluzione lenta a una rivoluzione rapida e caotica.
Occorre perciò pensare a un nuovo modo di sviluppare la funzione ricerca e sviluppo dell’impresa nuova, assicurando ritorni immediati (anche) nel breve periodo.
Mi affascina l’intreccio tra innovazione e immaginazione e il fatto che si possa sempre e comunque trarre ispirazione dalla tradizione, rendendo banale e insignificante il dilemma tra vecchio e nuovo.
Citando Marco Vitale, l’autore sottolinea che le imprese non sono solo la sede dove si organizza e si realizza il reddito, ma cantieri formidabili per elaborare valori funzionali allo sviluppo del lavoro umano: l’impresa, tesi non nuova per Dioguardi, è anche un luogo di cultura.
L’Anima di questo luogo non è tanto l’impresa, quanto l’imprenditore, colui che come il condottiero di Marguerite  Yourcenar è grato all’aurora che ogni mattino ricostruisce il mondo.
L’autore si schiera senza tentennamenti: l’imprenditore è la figura più importante dell’economia, nonostante sia spesso volutamente trascurato dagli studiosi della materia.
Dioguardi ne traccia un profilo nel quale mi riconosco completamente, sottolineando come l’imprenditore, grazie alla sua eccedenza di energia, sia indotto a un’attività inesausta, “tale da costruire per lui uno scopo a sé e per il quale il piacere dell’azione è sicuramente una struttura della sua realtà psichica”.
La cosa straordinaria, che ho visto nei miei quarant’anni di lavoro con gli imprenditori (vedi La PMI del XXI Secolo), è che mantengono viva questa energia “nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli”, spesso anche per sentimenti di pura invidia.
Ciò nonostante, l’imprenditore apporta sistematicamente innovazione nell’impresa e, così facendo, innova anche lo scenario economico. Suggestiva la metafora del nocchiero marittimo, “sempre intrepido nell’affrontare l’ignoto”.
Le riflessioni di Dioguardi evidenziano come le turbolenze del terzo millennio (quanto mi piace che non abbia utilizzato Industry 4.0) modifichino sostanzialmente i processi di delega, che diventano così una caratteristica essenziale del modo di essere della nuova impresa.
Delega non solo di azioni ma anche di obiettivi. Un anno fa ho chiamato Gianfranco Dioguardi a tenere una lezione ai giovani soci dell’azienda che amministro, e su questo punto è stato superlativo!
Se deleghiamo obiettivi, quindi responsabilità, allora ognuno deve lavorare come “imprenditore di se stesso”.
Essere imprenditori di se stesso significa sentirsi individuo, una creatura pensante che combatte la mediocrità con entusiasmo, buonsenso, costante saggezza e semplicità. L’imprenditore di se stesso sa individuare le priorità, con concretezza produce risultati e non carte, soluzioni e non problemi, azioni creative e non giustificazioni. Sa comunicare direttamente e vive il più possibile sul campo perché si sente un capo e non un burocrate, trasferendo questo concetto a tutti quelli che rispondono a lui.
In tutto questo non si disdegnano il Caso e la Fortuna, attivando antenne sensibili per captarne i segnali e trasformali in occasioni favorevoli. Come diceva Casanova, contare sulla fortuna e allo stesso tempo sfidarne i Rovesci.
In definitiva, “il piacere massimo dell’intelletto è nell’atto di conoscere un nuovo vero” e quindi il motore di ogni forma di ragionamento, scientifico e non, è la spinta dal noto verso l’ignoto, dall’esperienza all’esplorazione, come mi ha insegnato un altro mio grande Maestro, il professor Gianfranco Piantoni.
Se è vero che molto spesso le idee sperimentali nascono per caso, in seguito a un’osservazione fortuita, allora dobbiamo raccogliere le idee, sintetizzarle e verificare che si traducano in azioni.
Il recente libro (ripreso nell’articolo) di Gianfranco Dioguardi, “Alleanze per il Terzo Millennio”, ci accompagna in un piacevole cammino tra il Rinascimento (imprenditorialità innovativa) e l’Illuminismo con la sua razionalità organizzativa. Dobbiamo stringere forti alleanze tra cultura professionale tradizionale e nuova cultura del cambiamento, tra innovazione tecnologica e integrazione dei processi, tra l’esperienza tipica della tradizione del passato e l’immaginazione innovativa proiettata verso il futuro.  L’immaginazione innovativa e creativa chiama in causa i giovani, dei quali dobbiamo saper cogliere la loro energia, anche quando disordinata e sfuocata, per costruire dei laboratori nei quali cercare qualcosa che ancora non sappiamo bene cosa sia. Ovviamente, ponendo al costante vaglio della concretezza questi esperimenti.
Parlavo prima di Fortuna, ma questa – in quanto donna – è amica dei giovani, come ci ricorda Macchiavelli. Quindi senza Giovani non si innova e non ci si rinnova.
Questo scritto mi ha fatto riflettere su come in fondo l’esistenza, che comprende la vita d’impresa, sia fatta anche d’inferno. Rifacendosi questa volta a Calvino e alle sue città invisibili, Dioguardi ci ricorda che abbiamo due possibilità: assuefarci a questo “male” e accettarlo fino a non vederlo più, oppure – scelta più rischiosa ma di costruzione, saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno: e farlo durare e dargli spazio.
Lasciamo pure al tempo il ruolo di grande scultore, anche se – citando  Henry Miller – l’epoca in cui viviamo è quella che meritiamo: siamo noi a farla – soltanto noi, e non Dio, non il capitalismo… il male è in noi, il bene anche.
Leggere Gianfranco Dioguardi non è semplice, ma ne vale sempre la pena perché alla fine si è nutrito il cervello e, mi piace pensare, anche il cuore. Questo non solo è indispensabile per fare ogni giorno un po’ meglio il nostro lavoro, ma anche e soprattutto per cercare di essere ogni giorno, un pochino, persone migliori.

Articolo Gianfranco Dioguardi

PS: ho un grande affetto per il professor Gianfranco Dioguardi, per quello che mi ha insegnato e per la sua disponibilità, come quando venne a presentare il mio primo libro alla Casa della Cultura di Milano.

 

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