I cardini dell’ Analisi Transazionale

1) Gli Stati dell’ Io
L’AT scompone l’io, la personalità, in tre Stati, che corrispondono ad insiemi coerenti ed armonici di pensieri, emozioni e comportamenti. È una chiave di lettura, un modello di comprensione di sé e degli altri, particolarmente semplice, applicabile ed efficace.
Quando sono nello Stato dell’Io Bambino, penso, mi comporto e sento come la bambina o il bambino che sono stato. Ritorno letteralmente a modalità apprese nell’infanzia, recupero le meravigliose risorse infantili, come la vitalità, l’energia, la spontaneità, il divertimento, la socialità, l’immaginazione. Recupero anche le paure, le fantasie negative, il senso di inadeguatezza e di sgomento davanti al mondo, il pensiero magico e fatalista tipici dei bambini.

Quando sono nello Stato dell’Io Adulto, penso, mi comporto e sento come la persona dell’età che sono. Sono in contatto con la mia capacità di valutare, di leggere e comprendere la realtà, di prevedere gli esiti delle mie azioni. Sono in grado di utilizzare le mie capacità attuali, di individuare e scegliere tra diverse opzioni di soluzione, so come regolarmi, come cavarmela al meglio delle mie possibilità. Sono nel qui e ora.

Quando sono nello Stato dell’Io Genitore, penso, sento e mi comporto come ho appreso dai miei genitori biologici o dalle figure adulte importanti nella mia infanzia. Riutilizzo dunque norme, valori, capacità di protezione e di indirizzo simili a quelle che mi sono state date come esempio, e che avendo acquisito in età molto precoce, sono state assimilate senza revisioni, ma funzionano in modo automatizzato.

L’ immagine grafica inventata da Berne per rappresentare gli Stati dell’Io è composta dai tre cerchi che sono ormai il “logo” dell’AT. La loro disposizione non è casuale: il Genitore in alto rappresenta il legame con l’autorità, il Bambino in basso la vicinanza alla terra, la sfera della materialità e del bisogno, la posizione centrale dell’Adulto ne evidenzia la funzione di mediazione. I tre cerchi sono in contatto, per permettere all’energia psichica di circolare.

2) Il Copione di vita
Berne osserva, come molti altri, la rigidità delle persone, che ripetono comportamenti inutili o dannosi per se stesse, contrariamente ai principi dell’apprendimento e del modellamento per rinforzo positivo e negativo. Questo lo porta a utilizzare un termine tratto dal linguaggio teatrale, il copione, che richiama una parte che dobbiamo recitare, a cui dobbiamo attenerci.

L’Adulto non è nel copione, ma nel qui e ora, quando siamo nel copione utilizziamo solo gli altri due stati dell’Io, quelli più arcaici. Dunque il copione si forma nell’infanzia, in età precocissima ne esistono già i nuclei fondamentali.

Si forma innanzitutto nei rapporti infantili fondamentali, quelli con la mamma e con il papà. Perché i genitori mandano ai figli messaggi che costruiscono il copione? Perché non mandano ai figli solo i migliori messaggi possibili, quelli che saranno utili al loro futuro? Perché la realtà è così poco idilliaca e così complessa, al di là della volontà degli attori?

I genitori sono esseri umani. Trasmettono molti loro messaggi in modo inconsapevole, i messaggi al bambino vengono infatti innanzitutto da ciò che essi sono, pregi e limiti, capacità e problemi. A volte, quanto trasmesso dal genitore al livello verbale è contraddetto dal livello non verbale. Può avvenire che il figlio costituisca un problema per il genitore, che le relazioni che il genitore vive con difficoltà siano riprese ancora più intensamente col figlio, che il genitore abbia desideri che non si concede, i genitori possono “utilizzare” il figlio nella relazione tra loro due, eccetera, eccetera. Le situazioni possono essere molteplici e sfaccettate, la rete di rapporti familiari è complessa, ne fanno parte problemi non solo psicologici, ma anche materiali. Inoltre, il bambino recepisce sulla base delle proprie capacità, ovviamente limitate, a partire dai messaggi emozionali. Si tratta però di input fortissimi e durevolissimi, perché vengono colti in un momento di altissima recettività ed in modo preconscio.

Perché sviluppiamo il copione? Perché ci è necessario? Da bambini, sensibilissimi recettori a odori, tensioni corporee, movimenti, toni di voce, attentissimi osservatori dei comportamenti dei genitori, cerchiamo continuamente soluzioni alla domanda, Qual è il modo migliore per ottenere quello che voglio qui? In sostanza, il copione ci è necessario per sopravvivere da bambini, per adattarci ai nostri genitori con le capacità che abbiamo in quel momento e nella situazione di totale dipendenza dell’infanzia.

La profondità e la persistenza dei messaggi ricevuti e delle decisioni conseguenti è fortissima, ma la loro validità nella vita adulta e fuori dalla famiglia è molto spesso scarsa o addirittura sono dannosi. Però anche da adulti, a livello inconscio, confermare quelle decisioni ci è necessario, cambiarle ci terrorizza. Ecco perché per modificare il copione occorre un lavoro profondo e spesso non bastano una decisione razionale o la forza di volontà.

3) I Giochi
I Giochi sono Transazioni ripetitive che nascondono il bisogno inconsapevole di forti riconoscimenti e che portano a situazioni frustranti come liti, tensioni, ostilità. Quante volte ci siamo imbattuti in situazioni in cui due persone fanno di tutto per mettersi d’accordo, però non ci riescono e finisce con un conflitto, un finale a sorpresa in cui ognuno dei due ha un sentimento negativo (rabbia, tristezza, …)? Molto probabilmente sono caduti in un Gioco.

Berne definisce i Giochi “una serie di Transazioni con un Gancio, un Anello, uno Scambio ed un Incrocio, che porta ad un tornaconto”.

La rappresentazione della formula G (1970) è la seguente: G + A = R -> S -> X -> Tc

Significa che uno dei due giocatori tira un G = gancio, spesso a livello non verbale, proprio nel punto debole del Copione dell’altro, che si fa Agganciare.

Con diverse Transazioni, più o meno lunghe, chi si è fatto agganciare Risponde e ad un certo punto chi ha iniziato “esce” dal gioco: c’è quindi uno Scambio ed un incrocio (X) dei ruoli, che genera confusione e incertezza. Alla fine per entrambi c’è un tornaconto (Tc) che rinforza il proprio Copione attraverso emozioni parassite, inadatte – da adulti – per risolvere un problema, ma che compaiono subito in situazioni di stress in quanto molto antiche e radicate nell’infanzia.

Un’altra rappresentazione del Gioco è quella del Triangolo drammatico, un potente e semplice mezzo di analisi ideato da Stephen Karpmann. Ogni volta che due persone in senso psicologico “giocano”, si muovono su un triangolo in cui sono posizionati tre ruoli: Vittima, Persecutore e Salvatore

La Vittima si sente sempre perseguitata dalla sorte, ma incontrerà sicuramente un Salvatore che agisce al posto suo. “Non riesco mai a fare questa cosa, accidenti”. “Non preoccuparti, ci penso io!”

Dopo un po’ però il Salvatore o si arrabbia e diventa Persecutore (“Hai finito di farmi fare sempre tutto, arrangiati, adesso!”), oppure Vittima (“Mi tocca sempre fare tutto a me”).

Anche la Vittima cambia posizione, ad esempio diventando Persecutore: “Lo sapevo che mi avresti mollato, e poi non credere che il tuo aiuto mi sia servito un granchè!”

Ognuno dei ruoli comporta una svalutazione [1], e tutti e tre non sono autentici, ma ancorati nel passato del Copione e non nel qui ed ora.

Possiamo sintetizzare questo argomento nel seguente modo:

  • i Giochi sono ripetitivi;
  • si espandono in posizione di stress;
  • sono inconsapevoli, cioè si svolgono senza la consapevolezza dell’Adulto utilizzando solamente gli Stati dell’Io Genitore e Bambino;
  • terminano sempre con un’emozione negativa, anche quando la prima sensazione è di un trionfo è comunque amaro, non positivo;
  • comportano scambio di Transazioni ulteriori, cioè si dice una cosa e se ne pensa un’altra, e generano momenti di sorpresa e di confusione;
  • vengono attivati per confermare le nostre opinioni di Copione e scambiano Carezze, anche se negative: una carezza negativa è meglio dell’indifferenza;
  • non possiamo obbligare nessuno a smettere di giocare ad un Gioco, né possiamo evitare che qualcuno cerchi di adescarci in un Gioco: però possiamo non farci agganciare o uscire al più presto dal triangolo.

Si può uscire dal Gioco entrando in intimità e dichiarando all’altro che ci si è accorti che stiamo giocando, che non vogliamo giocare più e comunicargli la nostra emozione vera, non quella parassita che avevamo avviato con il Gioco.

[1] La Vittima svaluta sé stessa, il Persecutore ed il Salvatore gli altri (il primo perché li ritiene esseri inferiori, da svalutare nella dignità; il secondo perché non li ritiene in grado di farcela da soli).