Antimafia: investire in modernità civile

di Lauro Venturi il 4 giugno 2014

Siamo a cavallo tra la strage di Capaci e quella di via d’Amelio e chissà se è un caso che abbia letto proprio ora “Il Manifesto dell’antimafia” del professor Nando dalla Chiesa, che insegna sociologia della criminalità organizzata all’Università Statale di Milano.

È un libro superconcentrato e molto ben strutturato, che ho comperato poco più di un mese fa a Vignola, quando lo stesso autore è venuto a presentarlo.
Il libro non lascia spazio alle mezze misure, o di qua o di là. La mafia resiste e prospera perché rinunciamo a conoscere il fenomeno, mentre l’imperativo categorico sarebbe quello di approfondirne “l’anatomia e la microfisica”.
Se in parte è vero che la mafia (le mafie) è ritenuta un fenomeno fuorilegge, purtroppo altrettanto vero è che socialmente sia in larga parte considerato “moralmente legittimo”.
Un altro elemento che ostacola la comprensione e quindi l’aggressione del fenomeno è l’invisibilità del nemico, che nasce dalla “negazione tenace dell’esistenza della ‘ndrangheta” e dalla conseguente affermazione della sua inevitabilità”.
La forza della mafia sta soprattutto nei diffusi comportamenti complici e funzionali, che affondano come la lama nel burro (o in qualche cosa di meno gradevole), quando un paese non ha più fibra morale e bypassa allegramente le leggi.
Per Dalla Chiesa siamo un po’ come l’impero romano, costretto ad arruolare inaffidabili  mercenari per contrastare l’invasione dei barbari.

Offuscati dal valore centrale del denaro, che ha una perversa funzione di collante, aggravata dalla cultura dell’avere e dell’apparire, assistiamo all’incontro tra aree ricche ed evolute ed i loro colonizzatori, che se ne vanno bellamente alla conquista delle aree sviluppate. Alla faccia di chi dice che la mafia esiste solo al sud!
Dalla Chiesa individua tre attori principali: i complici, i codardi, i cretini. Lasciamo al lettore il gusto di approfondire questa tassonomia non proprio usuale, ma molto efficace.
Sviluppa poi un’originale “teoria dei gironi”: chi agisce comportamenti che costituiscono reati, chi ha comportamenti funzionali a chi commette i reati, chi – senza intenzionalità – avvalla i comportamenti criminali, chi rappresenta culture e comportamenti che “concimano, con utilità e servigi, la latenza”.

L’autore insiste particolarmente su quest’ultima categoria, dove “…si condensano le mode, i sentimenti, le mitologie, i pregiudizi, che sembrano muoversi in assoluta innocenza e irresponsabilità e che danno invece copertura e giustificazione ai comportamenti che ribollono nel primo girone o ne alimentano le premesse e le motivazioni”.

Si diffonde una pelosa “retorica dell’eroismo”, con le persone che possono anche commuoversi (ma non muoversi) quando salta per aria l’ultimo eroe, magistrato o poliziotto, per essere però pronti a “votare la settimana dopo per il politico amico dei mafiosi”.
Una prassi che assolve e deresponsabilizza il cittadino.
Per me, che dal 1992 ho sempre in ufficio, e ne ho cambiati diversi, la foto storica di Falcone e Borsellino e che nel mio romanzo “L’ultima nuvola” ho dedicato un ampio spazio alla loro storia, alla morte del Prefetto papà dell’autore e alla cattura di Totò Riina, questo passaggio è stato un bel motivo di riflessione.

Il libro propone una convincente “matrice della zona grigia” nella quale questa a volte involontaria complicità tra le mafie ed i cittadini si realizza.

“Investire in modernità civile” è il monito dell’autore, creando un “supplemento di responsabilità civile, che nasca una coscienza antimafiosa capace di stare nella storia del paese e dirigerla”.
Mi sono ritrovato parecchio nel passaggio che qui sintetizzo con la riflessione del professore Dalla Chiesa, secondo il quale “è il lavoro ben fatto che presidia i principi di verità e bellezza”. Il valore del lavoro vero, opposto alla vorace ed ambigua finanza, il piacere del benessere e finanche del bellessere sono temi che mi appassionano da tempo e sui quali lavoro.
Il libro elenca cinque condizioni essenziali “…perchè la società, sfidata e violentata dalla mafia, oltre a commuoversi sappia anche muoversi”: il rispetto, la capacità di ascolto (“chi parla di mafia deve fare pensare, più che prendere applausi”), una ritrovata ricchezza del linguaggio, il valore della fatica (soprattutto mentale) e della partecipazione

“Tocca alla politica, all’imprenditoria ed alla magistratura porsi alla testa del cambiamento” afferma l’autore, non lesinando giudizi critici a tutti e tre gli attori prima citati e sottolineando il mortale legame tra mafia e corruzione. Le recenti vicende dell’Expo a Milano e del Mose a Venezia (non Reggio Calabria o Palermo!) purtroppo confermano con tragica indiscutibilità questa tesi.
L’autore chiude il libro evidenziando gli elementi positivi che la lotta alle mafie ha comunque generato. In primis “la trasformazione della conoscenza in vera e propria forza produttiva del movimento antimafia e lo sviluppo  di una dimensione organizzativa del movimento”.
Dalla Chiesa ci evidenzia come non sia sostenibile la tesi che l’analfabetismo e lo sottosviluppo producano le mafie, semmai ne sono le conseguenze.
Valorizza, spiegandone le ragioni, il lavoro di migliaia di giovani che costruiscono l’antimafia intorno alla rete di Libera.
Il libro si chiude con un principio affermato all’inizio: “fare della conoscenza l’arma di massa decisiva da metter nelle mani della coscienza morale e civile”.

Proprio un libro bello ed utile, da leggere, rileggere e studiare!

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