Di tutte le ricchezze

di Lauro Venturi il 6 ottobre 2012

Un libro per me bellissimo, del grande e tradizionale Stefano Benni.
Bè, già queste parole “La solitudine sta ai vecchi come un vecchio vestito e nelle tasche tintinnano i sogni che più non spendono" lasciano capire, fin dalla prima pagina, che non si scherza.
O meglio, si scherza perché l’ironia di Benni è sempre garantita e ti regala risate belle e piene. Un’ironia mai acida, spesso agrodolce, con l’agro non invadente.

Non si scherza nel senso che la storia è robusta. Martin è un vecchio professore che vive in una casa vicino al bosco, sulla strada sterrata che da Borgocornio (esilaranti le possibili interpretazioni su quel nome) porta al lago di acqua celeste, che raccoglie una storia a più facce. Con lui lo scudiero Ombra, un cane adeguato alla situazione.

Tra la casa di Vudstok e quella di Berenice, una vecchia strana ma intelligente e che sa molte cose, ci sono i ruderi di quella che una volta fu la casa di Catena, un poeta morto in manicomio in circostanze misteriose.
Irrompono, nella vita ormai quasi tranquilla del professore due giovani cittadini, lui un mercante d’arte – gallerista etilico e indecentemente insoddisfatto, lei una bella ragazza che non si rassegna a nessun declino.

 

Ça va sans dire  che la ragazza, bionda e dagli occhi azzurri, entra come un treno contro mano nella vita del professore, facendo riemergere una storia antica e non finita bene.
Immense le pagine nelle quali Benni costruisce una relazione tra i due che non è amore ma sa di amore, che si tinge di rimpianti ma ha anche pennellate di costruzione, che sa fermarsi sul punto di non ritorno, che permette confidenze (psico) terapeutiche ad entrambi.
Quando Katia, cantante dei “Settenote” che spopolano alla sagra del paese, finisce la mazurca del fico fiorello, chi sa ballarla diventa più bello, il vero e unico musicista del gruppo, un vecchio fisarmonicista, attacca i valzer. Il professor Martin e la bella Michelle si concedono un ballo stratosferico, di quelli che fan male quando finiscono. Infatti, “tutti applaudivano , ma noi stavamo fermi come due uccelli su un ramo, aspettando”.

 

Come il valzer, anche la storia finisce, lasciando l’aria intrisa di quei “i tanti sarò diventati per sempre io ero” di gucciniana memoria.
Ma lasciamo parlare l’autore:  “…a un altro avete spezzato il cuore / il mazzo è chiuso, la rima banale / finito il gioco niente più amore”.
Leggetelo, ne vale davvero la pena!

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