La normalità si fa romanzo

di Lauro Venturi il 6 luglio 2014

A metà libro, più o meno, Stoner si innamora di una giovane insegnante.
E la sua vita, come il libro, prende una svolta.
La piattezza grigia, quella che Handke chiama l’infelicità senza desideri, si colora se non di un arcobaleno di qualche tinta in più.
Fino ad allora ha sempre vissuto sotto tono, quasi che il mondo non dovesse accorgersi di lui. Stoner mi evoca stone e una bella canzone di Claudio Lolli che dice:  mia madre l’ho chiamata sasso perchè fosse duratura, sì, ma non viva.
Ecco, William Stoner ha una competenza incredibile sull’anaffettività e fa sostanzialmente quello che decidono gli altri.
Il suo ambiente però non può accettare che una persona piatta si inebri e alla fine quella storia d’amore, ovviamente avviata per iniziativa di lei, deve finire, ovviamente senza (apparenti) drammi.
Ma il corpo non mente e quell’amore troncato tronca anche Stoner, che invecchia a vista d’occhio.
Scarica sul lavoro una maniacale energia e precisione, cozza contro  qualche suo superiore che vorrebbe fosse più indulgente con qualche studente, viene penalizzato al limite del mobbing negli orari e nei corsi affidati.
Ma non si scoraggia.
Nemmeno la figlia, con al quale prova ad aprire uno spiraglio emotivo, subito troncato dalla moglie, può farci qualcosa, né per suo padre, né per lei. Quando si mette a bere, Stoner pensa che in fondo sia una fortuna che almeno abbia quel rifugio (?).
Poi un inaspettato sgambetto della vita lo porta verso la fine, che affronta con rassegnazione, anzi, con precisione.
E quando sua figlia, l’ultima volta che si vedranno, gli dice: “Povero papà…le cose non sono mai state facili per te, vero?” lui, Stoner, le risponde: “No. Ma forse non ho neanche voluto che lo fossero”.
A me pare che in questa frase ci sia l’esistenza di Stoner, la sua sintesi.
Personalmente penso che la critica abbia sovradimensionato questo libro, che a me non è parso né un capolavoro, né una lezione di vita o uno dei migliori romanzi “dei tempi incerti”.
E’ comunque scritto davvero molto bene e con coraggio, perché buttare giù 320 pagine su Stoner e sua moglie, bè, ce ne vuole e bisogna essere bravi a non trascurare nessun dettaglio.
L’ho letto volentieri .

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