Piccoli maestri

di Lauro Venturi il 11 agosto 2012

1) “…” disse Lelio. 2) È giusto fare i conti con se stessi, ma a un certo punto bisogna chiuderli.

Sono queste le due frasi che utilizzo per sintetizzare il bel libro di Meneghello, che racconta la resistenza veneta, più in specifico nel vicentino.

Non ho dubbi che, insieme a Fenoglio (e forse anche a “Il sentiero dei nidi di ragno” di Calvino), sia uno dei migliori libri che racconta la Resistenza, senza nulla concedere alla retorica e all’eroismo epico.

Meneghello è esplicito, in questo senso: “Era nato il distacco, l’intera faccenda dei nostri dolori di gioventù si schiariva, potevo scriverla”.

Un compagno di armi di Meneghello, più concreto dell’autore e dei suoi amici studenti, quando è incalzato da troppi perché o da troppe riflessioni, spara lì una mitragliata senza appello: “È giusto fare i conti con se stessi, ma a un certo punto bisogna chiuderli”.

“…” In quei tre puntini ci sta tutto il non detto esplicitamente da Meneghello, che nulla ha voluto scrivere sui massacri, sulle torture, compiendo un’operazione ancora più intensa, perché lascia al lettore la responsabilità di immaginarsi cosa possa essere successo, la tragicità e l’efferatezza di quella guerra.

La storia si sviluppa sempre con grande ritmo e grandi emozioni, ogni riga ci insegna a voler bene a questi ragazzi che, nemmeno consapevolmente – fino in fondo, sentono che da una parte bisogna stare, ed è quella della giustizia.

Sono banditi romantici e corretti, intrisi fino in fondo dal “rimorso di non aver saputo fare una guerra semplice e felice”.

Quando a Padova vanno ad accogliere gli Inglesi, sul carro armato Meneghello intona una delle canzonette, queste sì banali, con rime altro chè che scontate.

Un ufficiale gli chiede se è un poeta e lui risponde asciutto: “ Just a ***** bandit”.

Nulla da aggiungere, ma che dolcezza e spessore questi banditi del cazzo!

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