Certi luoghi ci definiscono

di Lauro Venturi il 8 Dicembre 2019

Ci sono luoghi ai quali sentiamo di appartenere e che andiamo a cercare, non sempre consapevolmente, quando qualcosa in noi è in subbuglio o, più semplicemente, cerca una risposta che non trova.
Oppure, ci andiamo per il piacere di goderceli, perché ci rassicurano e in parte ci definiscono.
Uno di questi luoghi, per me, è nell’Appennino bolognese, tra Poggiolforato, Madonna dell’Acero e il Cavone.
Scoprii questi grazie al mio babbo, che aveva radici lassù. Sono luoghi che mi piace condividere con le persone care
Ci vado minimo un paio di volte l’anno, preferibilmente in moto, ma anche in automobile, come oggi: al Rifugio Cavone ho mangiato un’ottima polenta vicino alla stufa.
Questi posti, ancora oggi (ri) fotografati,  hanno rappresentato gran parte dello scenario de “L’ultima nuvola”. Eccone alcuni esempi:

 
Alessandro parcheggiò e Riccardo si fermò a guardare quella vecchia casa, un assemblaggio di diversi edifici. I tetti erano ricoperti da lastre di arenaria, sostituite in alcuni punti da tegole nuove. Due comignoli tondi, di sasso, guardavano sdegnati una quasi moderna canna fumaria che si alzava alla loro altezza da un piccolo casottino, forse un forno.

Entrarono nel cortile. A sinistra c’era un edificio ristrutturato e sabbiato, con i sassi ben ordinati e le imposte nuove. In fondo, a formare il lato corto di una elle, uno stabile più basso e vecchio, molto più autentico. L’edificio antico aveva una volta sorretta da un robusto trave di legno, che chissà da quanti anni stava lì. Sopra alla volta, non proprio in mezzo, una nicchia ovale conteneva quello che rimaneva di una ceramica raffigurante la Madonna con il bambin Gesù. Sopra alla nicchia c’era una finestra rifatta da poco, affiancata da tre più piccole, dalle quali sporgevano graziosi fiorellini. Sul tetto, un comignolo rotondo presentava una sporgenza che serviva a riparare il fumo dal vento, che in quella gola doveva tirare davvero forte.


Uscirono da casa e portarono i loro zaini sull’automobile. Da una piccola baracca di legno, con il tetto di ardesia coperto dal muschio, fece capolino Flaminio con una bracciata di legna, seguito da Giuseppe. Jusféin, come lo chiamava il babbo di Alessandro, aveva in mano alcune uova. Salutò con calore Alessandro e fece un cenno a Riccardo con la testa, che rispose con un “Buonasera” sfuggitogli per caso. “Sé, bóna nôt[1]”, sorrise Flaminio, e aggiunse: “Alàura, it ancàra ed l’idê d’andér a magnér al Cavàun?[2]”

“Am purtaréset a la Madòna ed l’Acero?” Quando?” chiese Alessandro. “Adèsa, no? Quand, sta noot quand a ié buur?” rispose senza cattiveria… Dopo pochi chilometri in salita, in mezzo a boschi di faggi e abeti, arrivarono a un santuario fatto di quattro piccole casette, attaccate una all’altra, e una torretta. I muri, una volta bianchi, erano interrotti da piccole finestrelle con la grata e da due portoni. L’edificio, collocato tra un’ampia vallata e il bosco che gli proteggeva le spalle, ispirava serenità.

In poco meno di un quarto d’ora arrivarono al laghetto del Cavone. Il gestore del rifugio, un ragazzo in carne con pochi capelli e la barba, salutò Flaminio con affetto e abbracciò Alessandro. Erano stati compagni di giochi e di passeggiate nelle estati passate, lungo i sentieri che portavano al Corno alle Scale, ai Balzi dell’Ora, al monte Nuda, allo Strofinatoio e al lago Scaffaiolo.

“Non dirlo mica al mio babbo! Per lui Poggiolforato è il posto più bello del mondo. È nato qua, come me. Da piccolo mi portava sempre al Dardagna e ci divertivamo da matti a saltare su quei grandi massi, rischiando di cadere in acqua”.

 

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