La crisi da finanziaria diventa reale: buon senso cercasi

gazzetta 26 feb 09

Siamo andati in ferie, lo scorso anno, pensando tutto sommato di stare bene e siamo tornati che tutto crollava. È vero che già il fallimento della Lehman Brother pareva non ci riguardasse più di tanto, così come più di tanto non avevamo reagito per Enron o per la vicina Parmalat

Poi, piano piano, abbiamo capito che la cosa era seria e che, come per tutti gli altri grandi eventi, nessuno l’aveva prevista.

Un anno fa il problema era il costo del denaro che erodeva i margini delle aziende, soprattutto se piccole. A ottobre il problema era la liquidità che aveva cessato di scorrere perché trattenuta dalla diga delle banche che dovevano sistemare i loro casini, titoli tossici e politiche espansive allegre in primis.

Adesso mi pare che all’orizzonte arrivi cupo il problema degli ordini, la cui contrazione penalizza le aziende migliori, che in un recente passato hanno investito in tecnologia, mercato e organizzazione.

È sempre efficace la metafora dell’azienda come uno sgabello a tre gambe che, si sa, se se ne rompe uno…crolla. Le tre gambe sono la solidità, la liquidità e la redditività.

La solidità, storicamente per le PMI – piccole e medie imprese, va letta in un aggregato impresa – famiglia dell’imprenditore, anche se la normativa sul rating crea ora qualche problema. Comunque, la maggior parte delle aziende artigiane e delle PMI della nostra regione possono fare fronte ad eventi negativi, pur se non all’infinito.

La liquidità è diventata la parola d’ordine, anche se può rappresentare un’arma a doppio taglio. Infatti, è sensato pompare liquidità in azienda per un periodo limitato e solo in vista di una ripresa. La redditività è il vero punto critico, che per altro alimenta le altre due gambe dello sgabello. Se persiste la caduta libera degli ordini, non avrà senso, dopo le ferie, immettere liquidità come se nulla fosse. Infatti è un contro senso, per un’azienda, chiedere denaro in prestito per pagare rate di mutui per capannoni o tecnologie inutilizzati in tutto o in parte. Con il buon senso viene da dire che invece di dare soldi per pagare soldi non produttivi, conviene congelare quei prestiti e non strozzare l’azienda con costi non sostenibili. In questa crisi, che non sarà breve, è indispensabile tenere in piedi le aziende anche su livelli di fatturato molto inferiori. Oltre certi limiti la ristrutturazione non è possibile e allora sarà bene prepararsi a scenari nei quale le aziende sane possano congelare la vecchia struttura (pensata per volumi di affari ben più consistenti) e partire con strutture più leggere, adeguate al flusso di ordini che arriva. Poi, ci mancherebbe, se la congiuntura riparte tutto torna come prima. Mi viene da dire che è come la fiamma della caldaia, guai se si spegne, poi ripartire è un bel casino! E allora davvero serve un’unità di crisi nella quale le banche, le imprese e le istituzioni si mettano insieme per mettere in atto quello che è possibile in questi contesti, superando divisioni che oggi appaiono non solo ridicole, ma criminali. La mia sensazione è che la classe politica e le istituzioni abbiano mal dimensionato questa crisi, che in poco tempo comincerà a fare vedere i suoi effetti anche a livello sociale.

Mi vengono in mente le parole di Papa Wojtyla quando per il centenario della enciclica Rerum Novarum parlò della necessità di un nuovo ordine sociale, in conseguenza della caduta del Muro nel 1989. Sicuramente siamo arrivati a questa crisi per un’ingordigia estrema, pur di vendere si davano mutui anche a chi non aveva niente, un debito veniva ceduto sette o otto volte (più o meno come i barili di petrolio), si cresceva e si acquisivano aziende (parlo delle banche) senza avere le risorse dal conto economico. Al bar tutti sembravano diventati agenti di borsa.. E il lavoro vero sembrava diventato un qualcosa di muffo e di antico, altro chè un valore! Ma alla fine…il gioco si è rotto.

Adesso però è il momento di mettere da parte i rancori e tirarsi su le maniche per tenere insieme un tessuto produttivo fatto di aziende piccole e medie, che è anche condizione del benessere e dell’equilibrio sociale che le nostre terre hanno conosciuto. Certo, fa un po’ incazzare vedere che nessuno ci lasci, se non la testa, almeno il posto!

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