La locanda

Un libro molto bello ed originale.

Originale perché l’autrice si trasforma in locandiera che accoglie le persone che vanno da lei in psicoterapia. Offre loro un luogo nel quale incontrare “…le proprie persone, tutti i vari sé che abitano il nostro mondo”.La locandiera prende in custodia ciò che nel momento le persone non possono portare con sé, ma che torneranno a prendere, a tempo debito.

Oltre alla locandiera, compare nel libro anche la “cittadina”, la parte più teorica e razionale.

Un libro bello, perché funziona molto bene quest’alternanza, resa trasparente e onesta al punto che il testo della cittadina è in corsivo, così non si fa confusione tra quando si racconta e quando si spiega.

Nel libro si prende contatto con una idea di psicoterapia che sa di affiancamento, che si prenda cura di chi è affaticato della vita, non concentrandosi su un presunto ‘male’.Prendersi cura, e non curare, è il filo conduttore del libro, che (ri) propone il concetto di salute mentale, che sa dire non solo della capacità di affrontare il disagio di chi bussa alla locanda, ma anche della capacità di accoglierlo, quel disagio, senza etichettarlo come patologia.

“Qualche volta esco dalla locanda per depositare altrove la mia inquietudine. Spesso accade che andiamo poi, insieme, a cercarla” riflette la locandiera.

Questo saper esserci senza farsi travolgere permettere davvero di sperimentare anche direttamente il dolore, questa emozione evitata e negata, quindi spesso costretta a “..travestirsi con i cenci malsani della malattia”.

Il libro è utile sia a chi esercita una “professione di aiuto”, sia a chi pensa di farsi aiutare.Condivido pienamente l’approccio proposto, che mette al giusto posto la psicoterapia e mette in guarda dal rischio enorme di sentirsi responsabile di qualcun altro, al punto da cadere nel delirio di onnipotenza di poterlo guidare verso una meta. Molto meglio essere funzionalmente al fianco della persona che sosta nella locanda, meglio “mettere le mani nei loro dati” e concentrarsi sulle domande che si possono formulare, affinché l’ospite temporaneo possa chiarirsi dentro di sé le sue intenzioni.

“Si impara in fretta l’errore per il consiglio diretto” ci avverte l’autrice, a sottolineare come l’ansia da prestazione rischi di farci uscire “frasi indelicate, violente”, quindi terribilmente dannose nel loro “tentativo di respingere un’onda che sentiamo ansimare minacciosa”.O, forse ancora peggio, dire a chi sta male “Sì lo so, anche a me è successo… “, quasi ci fosse una sorta di competizione per stabilire chi ha avuto la peggio dagli sgambetti della vita.

Un altro passaggio molto bello ed interessante è quello in cui l’autrice affronta il problema del disallineamento tra psicoterapeuta e paziente: “…La capacità tecnica di entrare in rapporto, di sostenere un livello di comunicazione soddisfacente sconfina nella manipolazione ed è infida come l’ipnosi”. Scrive pertanto l’autrice: “Ma ciò che l’analista ha più del suo interlocutore è solo la conoscenza tecnica, e di questa sì che, come qualunque professionista, deve tenersi integralmente responsabile: della sua consistenza, della sua precisione, del suo aggiornamento, della cura nell’adeguarla all’esigenza del momento e della persona, della scelta degli strumenti che usa e del modo”.

Mai confondere i fini con i mezzi, in fondo “la diagnosi non è che una metafora, un modo come un altro di tratteggiare una situazione”.

Con una metafora calzante (un gufo sulla spalla che sindacava il nostro operare e a cui sogguardavamo per controllare se era contento di noi), l’autrice ci accompagna nell’esplorare la fatica di non essere noi stessi, di sentirci in colpa se non aderiamo al modello costruito attraverso le figure genitoriali, in base al quale dovremmo sempre essere diversi da quello che siamo.Quando, invece, “…ciascuno di noi ha piacere di essere affiancato da qualcuno che fa il tifo per noi”, che ci aiuti a lasciar alle spalle questo senso di colpa, che può facilmente diventare una dipendenza che non ci permette di sviluppare al massimo le nostre possibilità.

“Nasciamo principi e la vita ci trasforma in rospi: sta a noi tornare principi”, recita più o meno Eric Berne, padre dell’Analisi Transazionale a me tanto cara. Il libro di Maria Cristina, briganta e non donna di briganti, mi ha aiutato ad approfondire ulteriormente questa fondamentale verità, riconoscendo un po’ meglio i limiti che a volte noi per primi poniamo alla nostra vita, confondendoli con le sbarre di una gabbia che qualcun altro, malvagio, ci impone.

Dentro una locanda. La terapia come sosta (M. Cristina Koch Candela)

Commenti

I commenti a questo articolo sono chiusi