L’inossidabile ostilità verso le Imprese

di Lauro Venturi il 23 Giugno 2020

In una recente intervista ho azzardato di sentirmi anarchico nel cuore e liberalista di testa.

Ovviamente è questa la seconda dimensione che utilizzo per commentare due recenti articoli sugli Stati Generali del Presidente del Consiglio, che in verità vertono sul ruolo aggressivo assunto dal neo Presidente di Confindustria, Carlo Bonomi.
Il primo articolo è di Marco Travaglio, sul Fatto Quotidiano del 19 giugno scorso; il secondo è di Carlo Alberto Carnevale Maffè su Linkiesta.
Travaglio spara a zero sul “rag. Bonomi… che sta alla vera impresa come il sottoscritto all’astrofisica… in 51 anni è riuscito a investire in attività produttive la miseria di 31mila euro… specializzato nell’italica arte del prendi i soldi e piangi”.
Maffè titola il suo articolo del 20 giugnoUn marziano agli Stati generalisti” ed evidenzia “la surreale pretesa di chi voleva che Bonomi obbedisse a Conte e alla decrescita felice”. Ritiene che il nostro sia un paese “…sempre più d’avanspettacolo, dove guardano male il presidente di Confindustria perché si ostina a chiedere riforme, produttività, trasparenza, efficienza e, ancora più grave, a usare l’orrendo turpiloquio dei numeri”.

Questi due articoli, che potete leggere integralmente sui siti dei rispettivi quotidiani, utilizzando anche i link di questo post, sono su due sponde opposte. E sono il pretesto per sottolineare come fatichi enormemente a crollare la rappresentazione negativa delle Imprese e di chi le dirige.
È sempre poco simpatico citarsi, però consiglio davvero la lettura dell’ebook che pubblicai nel 2013: “La PMI del XXI Secolo: uno sguardo affettuoso sulla piccola e media impresa”.
Con facilità dimostrai che le Istituzioni, i giornali e le TV, il mondo accademico, la politica (soprattutto la sinistra riformista) hanno al massimo sopportato questa realtà, sognando un’Italia fatta di grandi e grandissime imprese. Che non c’erano e che quando ci sono state non sempre hanno fatto il bene del Paese.

Un altro errore dei soggetti prima citati, è stato quello di identificare la rappresentanza delle imprese unicamente con Confindustria che, diciamocelo, negli ultimi trent’anni, ha vissuto la decadenza generale, facendo parte a pieno titolo della cosiddetta classe dirigente. Spesso ha espresso Presidenti di scarso spessore, oppure di forte spessore per le proprie questioni.
Ciò detto, l’idea dell’imprenditore – filantropo non mi ha mai convinto e, soprattutto, mal si sposa con un Paese nel quale il 90% delle aziende ha meno di 10 dipendenti.
Ormai anche il più sprovveduto sa che un’azienda va inserita in un sistema di regole per evitare l’abuso di potere verso i dipendenti, la tentazione a smaltire le materie pericolose senza spendere troppo, pagare tasse il meno possibile.Non a caso, in “Romanzo reale“, ho sbeffeggiato un affarista, tal Regonzi (lascio ai lettori trovare l’anagramma che porta a un boiardo di Stato che per decenni ha rappresentato il peggio di questa finta imprenditoria), definito “Prenditore”. L’ho contrapposto a Libero, un operaio specializzato di valore che, insieme ai suoi compagni, salva l’azienda, portata al fallimento da questo bieco personaggio, attraverso la creazione di alcune piccole imprese nelle quali i dipendenti diventano imprenditori, aiutati dalla Comunità locale e da qualche imprenditore più lungimirante.
La prefazione di don Luigi Ciotti ben esprime il valore del lavoro vero, come lo intendeva Primo Levi ne “La chiave a stella”.
Mi piace anche riprendere le sacrosante parole del cardinale Matteo Zuppi, Vescovo di Bologna e amico di Francesco Guccini (da sola questa è una garanzia che tiene): “Bisogna alleviare il dolore. Non con il cerotto dell’assistenzialismo a pioggia ma con il vaccino del lavoro, che dona sicurezza e serenità”.
E il lavoro non cade giù dal cielo, nasce dallo Stato, da chi lavora a qualsiasi titolo in proprio e dalle imprese. Quelle che investono, generano occupazione e vogliono svilupparsi sono la maggioranza. E se le aiutiamo ad avere un costo del lavoro ed una tassazione decenti, oppure le motiviamo negli investimenti come nel caso di Industria 4.0, bè, non regaliamo niente a nessuno, facciamo solo del bene a tutti.

Il problema è che da mezzo secolo manca una politica industriale coerente con la realtà imprenditoriale che c’è, non quella che vorrebbe qualche economista che ha preso cantonate da fare paura, oppure qualche politico che sogna un mondo che non esiste.
Teniamoci caro il tessuto produttivo che abbiamo, aiutiamolo nella cosiddetta fase 3 e ripensiamo radicalmente a come equità sociale, impresa e conti dello Stato possano stare insieme.
Tutto il resto è noia, che però ci costerà cara, temo.

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