Mi scusi….Una domanda a un premio Nobel

Mercoledì 5 dicembre si è concluso il programma internazionale di sviluppo delle competenze economiche e manageriali organizzato dal centro di formazione (CTC) della Camera di Commercio di Bologna. Da giugno a dicembre si sono susseguite interessanti conferenze sui temi più diversi, dalla macro economia al pensiero laterale, dalla leadership al vantaggio competitivo.

L’ultima lezione è stata affidata a Edward Prescott, premio Nobel 2004 per le scienze economiche (per il contributo, insieme a Finn Kidland, alla macroeconomia dinamica: la coerenza temporale della politica economica e le forze trainanti dei cicli economici). Ha fatto una lezione di una sobrietà disarmante e di una chiarezza estrema, concedendosi solamente alcune vignette per convincerci che non dobbiamo avere paura di tagliare le tasse. Tra gli altri dati (i premi Nobel non specificano mai le fonti, ma a loro è permesso!) Prescott ha riportato quelli sulla produttività, a suo parere uno dei punti più deboli dell’economia europea: l’indice del prodotto lordo (GDP) per ora lavorata è 100 negli Usa, 85 nell’Europa (a 15) e 72 in Giappone; quello delle ore lavorate per persona (nella fascia 16 – 64 anni) è 100 negli Usa, 102 in Giappone e 78 in Europa (circa 70 in Italia). Poichè era possibile fare domande…ecco le mie due:

1) Che impatto avrebbe in Italia la riduzione delle tasse sul debito pubblico?

2) Le statistiche sulla produttività contemplano solamente le ore regolari: cosa succederebbe se stimassimo anche il lavoro sommerso?

Sulla prima domanda, la risposta è stata per me, ma anche per le oltre duecento persone presenti, schoccante. Prescott ha detto testualmente che almeno in una fase iniziale della crescita non è un problema aumentarlo e che Francia e Germania dovrebbero avvicinarsi di più all’Italia in materia di debito pubblico, anche perchè i tassi di interesse mondiali non sono adesso così alti. Per me che mi aspettavo un appello a ridurre contemporaneamente la spesa pubblica…, in effetti la sua risposta è stata ben discontinua rispetto al modo corrente che abbiamo di pensare (vedi la discussione sul cosidetto tesoretto).

Alla seconda domanda non ha risposto, ma a mio parere se consideriamo che tantissime ore straordinarie vengono retribuite fuori busta (perchè altrimenti l’effetto fiscale azzera il beneficio dell’incremento di retribuzione) e una stima anche benevola del lavoro somemrso, bè, credo proprio che non dobbiamo sentirci fannulloni rispetto agli americani ed ai giapponesi. Consideriamo poi, per altro, che l’Italia ha un numero di micro e piccole aziende ragguardevole e che i loro titolari lavorano un numero di ore decisamente superiore alle canoniche 40 settimanali.

Il giorno prima Prescott ed altri colleghi erano ai “Nobels Colloquia” voluti da Riccardo Illy a Trieste e le loro ricette sono state più o meno le stesse. D’obbligo una legge fondamentale del benchmarking: adattare e non adottare, anche se sono fermanente convinto che il tema dello sviluppo dovrebbe staccarsi da derive ideologiche per approdare sul terreno della sostenibilità. Va bè, ne so un pò di più!

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