3° giorno 26 luglio 2026 Mandalgov’ – Tsaagan Suvarga chilometri 135 (esclusi 100 in Jeep)

Bellissima giornata. Siamo partiti sulla jeep per le solite strade dritte, Ijilee davanti in moto e noi sulla Jeep:

Si incontrano cavalli e alcuni camion. Dopo circa cento chilometri ci siamo fermati vicino a un piccolo accampamento, con le caratteristiche Yurta, le tende mongole, che però qui chiamano GER.


Le guide hanno controllato e scaricato le moto. A me è toccata una Yamaha da trial e mi è subito sembrata della taglia giusta.

   

Piccolo giro di prova e via, dietro la guida, per l’unica strada asfaltata. Dopo circa sessanta chilometri abbiamo preso un sentiero sterrato, che via via diventava più complicato, soprattutto quando le ruote sprofondavano nella sabbia. Non avevo mai guidato una moto simile, nulla a che vedere con la mia Harley. Tanto per cominciare, il freno anteriore non va assolutamente usato e anche il cambio utilizzato solo se indispensabile.
Pian piano, guardando e imparando dai miei compagni di viaggio più esperti di off road (l’ho capito a colazione, dal loro abbigliamento super tecnico) ho migliorato la postura e la scelta delle tracce migliori. Non banale quando c’è una breve e ripida discesa che poi inverte la pendenza, facendo una U e sperando che la moto non si impunti né si impenni: questione di prontezza di riflessi e di sensibilità, dove la simbiosi con la moto è fondamentale.
Sosta per un pranzo e un po’ di riposo.

Poi, sempre sullo sterrato, che a volte assomigliava veramente a una pista da motocross, siamo arrivati ai canyon di Tsaagan Suvarga, uno dei posti più incantevoli del middle Gobi desert.

Siamo saliti fino al punto più alto e da lassù la vista è incantevole:

 

Qui potrebbero aver girato Il re leone. Invece la guida ha detto che è stato il set di tanti film d’avventura giapponesi.

Abbiamo poi raggiunto la Jeep in uno spiazzo nel quale avremmo pernottato. Con l’alta efficienza che le distingue, le guide hanno tirato fuori seggiole, tavolo e birre. Mentre ci riposavamo, loro hanno iniziato a fare manutenzione ai mezzi. Nel mentre ci siamo tolti l’abbigliamento da moto, indossando ciabatte e calzoni corti.

Quando il sole è iniziato a essere meno potente e il vento si è calmato, le guide hanno acceso il fuoco (si erano portati la legna perché nel deserto non ce niente) e  montato le tende.

   

Sul fuoco, le guide hanno messo una pentola a pressione con dentro pezzi di montone e verdure. Dopo un pó la pentola è finita su un piccolo fornello a gas e, passata almeno mezz’ora, ha restituito carne davvero soffice, pur trattandosi sempre di montone.

Intanto il sole tramontava su questa meravigliosa arena naturale:

 

L’altro giorno, parlando del barbecue che avremmo fatto, ho detto che serviva assolutamente vino rosso con la carne, perché qui di beve prevalentemente birra. Bè, Mark ha tirato fuori una bottiglia di Cabernet savignon, che abbiamo aperto con un cacciavite: era davvero buono.

Finita la cena, Bob si è presentato con una bottiglia di whisky e io ho acceso un Toscano che mi ero portato da casa. Ne ho dato uno anche ai compagni di viaggio, raccomandando di non respirarlo.

       

Ci siamo poi messi a guardare le stelle, ragionando sul Grande Carro e su come orientarsi un assenza di GPS. A vista d’occhio, e come avete notato dal video è una vista immersa, non c’era nemmeno un lumicino, così lo spettacolo era impressionante, da strozzare la gola. Il cielo era un mare immenso solcato da una miriade di piccole barchette. A metà notte mi sono alzato, la luna piena se ne era andata, regalando un’emozione ancora più profonda, che non riesco a descrivere senza impoverirla o banalizzarla.

Ovviamente e per fortuna internet qui non c’è (ecco perché ieri sera ho mancato l’appuntamento con la mia ciurma) ma il mio taccuino funziona comunque a meraviglia in qualsiasi posto .

Così ho riflettuto sulla pace che mi danno questi paesaggi e quanto mi piace questo modo di viaggiare in moto e conoscere la Mongolia ( e qualunque altro posto). Quanta genuina gratitudine!

ore 9

Intanto… buongiorno!

In Mongolia si sente dappertutto una grande lentezza, alla quale non sono abituato ma che non mi dispiace. Pensavo che forse è per queste steppe così sconfinate, che anche se corri non arrivi mai. Pensavo che ci sono tanti modi di vivere e che viaggiare me lo ricorda.