Zorba il greco

Uno scrittore inglese, Basil, ha ereditato, a Creta, una miniera abbandonata. Al porto del Piero, mentre aspetta di imbarcarsi, si imbatte in un eccentrico personaggio, Alexis Zorba, che gli chiede di portarlo con sé perché è un bravo cuoco. Da lì nasce un’amicizia tra il raffinato anglosassone e questo greco malandrino, dai mille mestieri e di nessuna certezza.

Alexis non è andato a scuola e per questo il suo cervello non si è guastato. Glielo dice, a Basil, quale sia la disgrazia del capire: “Ma tu hai cervello, e questa sarà la tua rovina. Il cervello è un droghiere, tiene i registri, annota le uscite, le entrate, i profitti, le perdite. E un bravo amministratore, non rischia mai tutto, tiene sempre qualcosa di riserva. Non taglia la fune, no! La stringe in mano, il furfante; se gli sfugge è perduto, perduto, poveretto! Ma se non tagli la fune, mi dici che gusto ha la vita? Di camomilla, di camomillina; non di rum, che scaravolta il mondo! Tu capisci, e questa sarà la tua rovina. Se non capissi, saresti felice”.

E di rum e di vino i due amici ne bevono molto, per ritornare alla pace, quando il corpo che aveva fame si è calmato e, con lui, si è placata anche l’anima che interrogava. Allora, solo allora si può prendere il salterio e ballare e cantare.

Il ballo è la massima espressione per Zorba: “Ho molte cose da dirti, ma la mia lingua non ci riesce…Allora te le dico ballando”. E quando a parlare è Basil, Zorba intuisce che sono cose importanti, ma si perde in quell’intellettualismo astratto. Con rammarico osserva: “Eh, padrone, se le cose che dici tu potessi ballarle per farmele capire!”.

Zorba, nella sua semplicità disarmante, è un fine pensatore. Spazia da Dio (che…nella mano destra non tiene né la spada né la bilancia, questi sono strumenti per gli assassini e i bottegai… Dio e il Diavolo sono una cosa sola) alle considerazioni sulla vita, sulle donne, sul lavoro.

Sul lavoro è una furia, soltanto Zorba riesce a trascinare gli operai. Con lui il lavoro diventava vino, canto, amore, e si ubriacavano. In mano sua il mondo riprendeva vita; le pietre, il carbone, la legna, gli operai riacquistavano il loro ritmo; dentro le gallerie scoppiava la guerra, sotto al luce bianca dell’acetilene, e Zorba andava avanti e lottava corpo a corpo. Dava un nome a ogni galleria e a ciascun filone, dava un volto alle forze che ne erano prive, così che non riuscissero più a sfuggirgli. Poiché la felicità è fare il proprio dovere, Zorba non vuole essere disturbato (“Non parlarmi quando lavoro, potrei anche scoppiare”), e non apprezza le eccessive attenzioni che Basil, il padrone, ha per gli operai. Riesce a tenere insieme la sregolatezza con la precisione, perché “…il giorno è fatto per il lavoro, il giorno è un uomo. La notte è per il divertimento; la notte è donna. Non confondiamo le cose”, ammonisce Zorba.

Anche se alla fine la messa in funzione della miniera si rivela un disastro, con l’esilarante scena dell’inaugurazione della teleferica, che si accascia impietosa davanti al pope, ai notabili del paese, Zorba e Basil riescono ancora a bere e a ballare, a sorridere.

Pian piano Basil, lo scrittore che vive di carta, impara dall’amico Zorba a non cercare il pelo nell’uovo. “Se guardi con una lente l’acqua che beviamo vedrai che l’acqua è piena di vermi, piccoli piccoli, che a occhio nudo non si vedono. Vedrai i vermi e non berrai più. Spacca la lente, padrone, spaccala, maledetta, i vermi spariranno all’improvviso e tu potrai bere e rinfrescarti”, gli insegna il greco.

E Basil, piano piano, impara a racchiudere le parole più pericolose tra virgolette, come fiere in gabbia. Impara che la vera felicità è non avere alcuna ambizione e lavorare accanitamente, come se si avessero tutte le ambizioni. La felicità è vivere lontani dagli uomini e amarli senza averne bisogno. La felicità è capire che la più alta realizzazione dello scopo è proprio la mancanza di scopo.

Per fare questo bisogna però abbandonare tutto ciò che ci lega al passato, e anche su questo la lezione di Zorba è magistrale: “La corda a cui sei legato è un po’ più lunga di quella degli altri uomini; questo è tutto. Tu, padrone, hai una fune lunga, vai e vieni, credi di essere libero ma la fune non la tagli. E se non tagli la fune…”. Ma Basil non riesce a tagliare fino in fondo la sua corda. E l’amico se ne va, troppo costretto in quello spazio e in quel tempo. L’ultima sera che passano insieme lo scrittore non vorrebbe finisse mai, stritolato dalla sua incertezza e dal troppo pensare. Ma ci pensa Zorba che sa che, proprio perché è l’ultima sera e sicuramente non si vedranno più, bisogna finirla in fretta.

Basil se ne va da Creta e, per non perdere nulla di quell’amicizia così importante, scrive e riscrive il sinassario del suo amico greco. Quando lo ha finito e se lo tiene dolcemente sulle ginocchia, arriva una lettera dalla Serbia a comunicarli che Alexis Zorba è morto per una polmonite fulminante, lasciandogli in eredità il prezioso salterio.

Nel 1964 il regista Michael Cacoyannis ne fa un bel film, affidando il ruolo di Zorba all’impareggiabile Anthony Quinn e le musiche avvolgenti a Mikis Theodorakis.

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