25 aprile, Festa della Liberazione…

Il 25 aprile è l’anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Fa ridere questo linguaggio, ma questo è il dramma. Cioè, concetti semplici sembrano banali e vecchi, ma il nuovo cosa sarebbe? Ecco perchè ieri ho sentito il bisogno di andare alla fonte e rileggermi la Costituzione nata dalla Resistenza. Per la consultazione on line basta cliccare qui.



Prendo sempre a prestito le belle cartoline che il Comune di Castelnuovo Rangone, capeggiato dal Sindaco mio amico Roberto, manda ai cittadini per ricordare questa importante ricorrenza e promuovere spettacoli, dibattiti… per tutti i gusti.

Tutte le foto della Resistenza mi colpiscono per la giovane età dei protagonisti. E la Resistenza mi riporta a quando da bambino i miei genitori me ne parlavano. Soprattutto mia madre (mio babbo aveva vissuto quegli anni ospite in un campo di concentramento tedesco, dove lo portarono dall’Albania) mi raccontava delle staffette e che, di fianco alla loro casa nella pianura bolognese, c’era un comando tedesco. A volte, di notte con la luna piena, si vedevano i partigiani percorrere l’argine del fiume ed un tedesco di guardia la chiamava piangendo e dicendole: “Come faccio? Se non avverto il comandante e se ne accorge, mi ammazzano. Se lo avverto qui bruciano tutto e vi ammazzano…”. Poi mi raccontava anche delle efferratezze di altri tedeschi e fascisti, quasi più cattivi. Oppure, che finita la guerra, avevano preso dei fascisti e li avevano massacrati di botte, portando in giro per il paese i loro corpi straziati. Da come mi raccontava quell’episodio non condivideva quella vendetta, però sono sicuro che se ci fosse ancora starebbe dalla parte di Giorgio Bocca e non di Gianpaolo Pansa. Così come Rino Govoni, mitico custode dello stabile in cui lavoravo 25 anni fa, che dopo la guerra si era fatto trenta anni di galera per avere ucciso chi aveva segnalato ai tedeschi suo fratello, che venne poi fucilato.

Da piccolo, oltre che agli indiani e ai cow boy, giocavo anche ai partigiani, è ovvio. E ho sempre avuto la voglia di conoscere un mio zio che a 23 anni (un anno in meno di mio figlio) morì tra Castelfranco e San Giovanni in Persiceto, in uno scontro a fuoco. Non contenti, lo impiccarono mettendogli anche due fiammifferi negli occhi. E penso a Sartre, che scriveva: il fascismo non è definito dal numero delle sue vittime, ma dal modo con cui le uccide”.

Sarà anche per questo che nel romanzo con cui mi sto cimentando (titolo provvisorio “Mobbing Dick – contro i marosi dell’arroganza e dell’incompetenza”) ho messo un piccolo pezzo su questo zio mai conosciuto (il comandante Lupo), insieme alla battaglia di Benedello e di Capanna Tassoni (e ai fatti di Genova 2001 e alla cattura di Totò Riina).

Va bè, buona Resistenza e bentornato ad Enzo Biagi!

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