Caro Gianni ti scrivo…

Il 24 giugno del 1989 hai schiacciato l’ultima palla della tua vita. Avevi da pochi giorni compiuto trentatré anni e un male cattivo non te l’ha perdonata.

Sei stato il mio grande amico nel periodo dell’adolescenza, fino a quando avevamo più o meno ventidue o ventitré anni. Dopo ci si vedeva qualche volta, spesso a sciare, ma ovviamente l’intensità era scemata, direi senza rimpianti, così, naturale.

A te e Vettu ho dedicato il mio primo libro “L’educazione sentimentale del manager” perché, nella prima parte – che racconta gli anni dal 1972 al 1978 – ci sono i nostri giorni (di allora ragazzi) scanditi da sogni, attività, vacanze, sbornie, cantate e chitarrate, utopie e gioie e malinconie.

Io e te abbiamo condiviso la preparazione degli esami di maturità, pur facendo scuole diverse venivi a studiare da me, in campagna, perché c’era più fresco. Il tuo amico Malavasi, proprio in occasione del 50° della vostra Maturità, mi ha chiesto una mano per un articolo che è stato pubblicato su La Gazzetta, e che ti ricorda dolcemente perché… gli eroi son tutti giovani e belli.

E il mitico viaggio in autostop in giro per l’Europa: un mese indimenticabile! Ci ho fatto anche una canzone, mentre ci riposavamo nei parchi o, alla sera, chiacchieravamo negli ostelli. Qui sotto siamo a Colonia, nell’estate del 1974. I bagagli erano davvero solo quelli che si vedono ai nostri piedi:

Qui invece siamo ad Amsterdam. Non per fare il virtuoso, però posso proprio citare Guccini (a te  piaceva più De Gregori): “E noi non l’avevamo mai fatto, e noi che non l’avremmo fatto mai, quell’erba ci cresceva tutto intorno…“. Non eravamo provinciali, è che non ci fidavamo.

Quando andasti a soldato mi scrivevi spesso, lettere affettuose e di cronaca sulla vita del militare.

Quelle parole, che conservo con tanta cura, erano intrise anche di ironia: sapevamo passare dalle discussioni più serie ai cazzeggi più rarefatti, forse complice anche il vino che amavamo con sincerità. Eri molto affezionato ai miei genitori, Lino e Vittoria, ed io ai tuoi, Didaco e Lidia. Mi emoziona vedere la tua calligrafia, i tuoi disegni, leggere le tue parole.

Mi piace pensare che anche i miei nipoti possano coltivare amicizie importanti e che non finiscono mai, come noi abbiamo vissuto negli anni settanta: come scrive magistralmente Claudio Lolli nella prefazione del mio libro, non sono stati solo anni di piombo, ma anche di crescita.

Chissà, caro Gianni, come saresti adesso… Bè, comunque ciao!

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