E a la mort l’ulten buf

Con “L’ultimo sorso” Mauro Corona torna a scalare le altre vette.
E’ un libro davvero molto bello, commovente e genuino, schietto come il vino che lui e Celio bevevano.

Con “la strana coppia” il lettore vive momenti impareggiabili a rocciare, a intagliare il legno, a caccia (rigorosamente di bracconaggio), a rane, a tagliare legna e a bere fiumi di vino.

Celio parla pochissimo ma capisce tutto, anche troppo. Si irrita quando qualcuno gli chiede “Perché”: se uno non ci arriva da solo, nessuno può aiutarlo.

C’è un’umanità dolcissima in Celio, che non riesce a stare contenuta dietro la ruvidezza della corazza che si è costruito, forse per difendersi: prima di tutto da se stesso.

Con una precisione chirurgica, Celio già da bambino costruisce la sua distruzione, senza compatimenti e romantiche tristezze. Recita alla perfezione un copione che forse non aveva alternative e che prevede, per l’amico fidato, quasi un figlio adottivo, piccoli inserti di intimità e alcune battute taglienti, mai ciniche.

Negli ultimi anni Celio va fuori di testa, forse comincia quando non vuole più scalare, lui che aveva un’abilità straordinaria in “verticale”. L’alcol lo consuma, tra la pazzia e la chimica che gli spappola il fegato. Non è una resa dei conti o una condanna, è la fase finale del copione, già scritto e dal quale non si esce.

Quando muore tante persone seguono la sua bara, non per indispettirlo ma perché, a modo suo, Celio si era fatto voler bene. Allora, “E a la mort l’ulten buf”. Punto.

Un libro assolutamente da leggere, non a caso è venuto dopo “Uomini, boschi e api” di Mario Rigoni Stern. “L’ultimo sorso” ti fa ritrovare ritmi e umanità radicate nelle rocce e nei boschi, in un equilibrio naturale che sbalordisce. Riposa in pace, Celio. O meglio, volteggia insieme all’aquila maestosa che sorvolò i pascoli di Palazza e Marmelìa, quando nascesti nel fieno.

E’ stato un piacere,per me, passare da Erto in motocicletta:

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