Marco Travaglio e l’effetto “Ombra”

di Lauro Venturi il 27 febbraio 2018

L’altra sera, stravaccato sul divano con il camino acceso, davo sfogo al mio stress smanettando sul cellulare, in modalità “Spider”. Per darmi un tono tenevo la televisione accesa e ogni tanto mi arrivavano le parole di Marco Travaglio.

La sensazione che ne ricavavo, sicuramente intorpidita, era sgradevole: Travaglio aveva un tono per nulla ironico e forse nemmeno sarcastico, insomma, sembrava ghignasse.
La sua faccia esprimeva un totale auto compiacimento, probabilmente di fronte aveva uno specchio per potersi ammirare e dirsi quanto fosse figo.
Sensazioni analoghe le ho provate anche ascoltando Andrea Scanzi, però mi pare di ricordare un fastidio minore. Cioè, aldilà della sgradevole (per me) comunicazione non verbale, mi ricordo parole più intelligenti, o quanto meno sensate.

Avendo frequentato le tematiche della psicologia e dell’analisi transazionale ho avuto un sobbalzo: non sarà mica l’effetto “Ombra”?

Ho abbandonato Spider per cercare di vedere e capire cosa potessi invidiare in Travaglio, così tanto da prendermela con lui in modo così definitivo.
Cosa c’era in Travaglio che avrei voluto avere, cosa faceva che io non mi permettevo?

Subito ho ovviamente negato ogni possibile correlazione, poi ci ho pensato: Travaglio si auto compiace mentre io, probabilmente, ho passato troppo tempo a compiacere gli altri. Ho prove abbastanza solide che questo “adattamento” non sia stato del tutto invalidante, comunque qualche cosa che mi rugava dentro c’era.
Ho aperto la finestra e, quando ho visto che nevicava copiosamente, ho sorriso e spento televisore e telefonino.

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