Pensieri sparsi in merito alla lettura del romanzo “L’ultima nuvola”

di Lauro Venturi il 6 giugno 2018

Il romanzo “l’ultima Nuvola” è avvincente, scorrevole e va divorato in poche ore.

Di grande effetto narrativo, l’intreccio delle storie delle vite di Riccardo e di Alessandro rappresenta l’analisi veritiera di due figure manageriali umane che si discostano dalle figure che utilizzano la managerialità ed il potere solamente per raggiungere propri scopi personali.

Quello che si potrebbe considerare il vero protagonista è Riccardo Paoletti ed attraverso l’analisi delle sue vittoriose sconfitte (“lo smantellamento del suo team di Londra, il boicottaggio del progetto del farmaco anti-asma in Italia, gli sgambetti sulla ristrutturazione della Cargopharma e l’affondo finale affidato al terribile Ivor, l’avvocato Grimble”) viene fornito un quadro psicologico di una persona che cerca la propria affermazione personale nella sfida, nell’ostinazione e nella ricerca per migliorare possibilmente le realtà da lui amministrate. La sua comunque può essere considerata una fuga dignitosa dalla figura meschina di Girrot. Riccardo è corroso dai sensi di colpa che lo costringono a voler metter “impegno a costruire, il sapere tenere duro nelle difficoltà, il senso della giustizia e la non accettazione dei soprusi”.

Una branca della psicologia, tende ad assimilare le aziende o le organizzazioni ad organismi che alla stessa stregua degli esseri viventi si ammalano. Una delle cause delle malattie delle aziende o degli organismi associativi sono proprio virus come Girrot, basso di statura, con le mani sudate e con tanti capelli neri attaccati troppo in basso, sulla fronte.

Girrot è il vuoto autoreferenziale perfetto. Sulla tela del romanzo è affrescato questo manager che ha per unico scopo il mantenimento del suo potere. Il suo compito è boicottare il compito dell’azienda circondandosi di incapaci per mantenere la propria supremazia… nulla a che vedere con le sue sbandierate mosse per salvaguardare il bene della azienda. La strategia del Girrot fa sì che “il cinismo imperi nelle organizzazioni dirette da persone così. Tutti si danno da fare per mostrarsi ossequiosi verso il capo e se quello ha deciso che nel mirino adesso c’è la Cargopharma, tutti a sparare sulla Cargopharma”. Ma la totale assenza di umanità si riscontra quando “Girrot aveva prenotato in un ristorante senza lode né infamia, coerente con il fatto che per lui mangiare era solo un’inevitabile seccatura”. Gli uomini come Girrot “avevano l’enorme responsabilità di fare disinnamorare le persone del lavoro, che di per sé non era sempre un piacere”. Questa frase contiene un enorme verità e fa perno sulla convinzione che le persone che abbiano molti poteri debbano essere anche coscienti di avere molte responsabilità.

Alessandro, incontrato da Riccardo in Italia per la realizzazione di un progetto su un farmaco anti-asma, è un valido manager tormentato anch’esso ma più dalla vita (il fallimento del matrimonio, la storia con Nicole e la morte del padre) che dal lavoro. Vede in Riccardo una persona incline alla condivisione ed è per questo che forse invita il collega, con il quale è in sintonia, a casa del padre Flaminio che si suiciderà impiccandosi per insostenibilità dell’esistenza dovuta alla perdita della moglie. La descrizione della morte tragica dell’uomo in stile asciutto e preciso con qualche piccolo spunto ironico nel funerale, è davvero toccante.

La figura paterna di Flaminio però lega il romanzo a quello che considero la parte meno avvincente: l’essere partigiano. A mio avviso il rivolgersi a “Lupo” o a “Saetta” ed in maniera sognante ed onirica all’essere partigiano fa perdere ritmo al romanzo. Una realtà fatta di aeroplani, macchine veloci e cene raffinate cozza un po’ con una realtà fatta di fatica, sudore, miseria e idealità. La stessa cosa dicasi per il G8. Pur apprezzando il parallelismo fra l’esperienza di Riccardo e l’esperienza di Giorgio la deviazione sul G8 la ritengo non in linea con il ritmo del resto del romanzo.

Bellissima la trovata del pennone della nave verso l’isola d’Elba e il conseguente entrare in scena dello psicoterapeuta Mariotti. L’analisi introspettiva del personaggio è molto bella, rimanda alla Coscienza di Zeno ma fa toccare ancora con più forza le angosce di Riccardo che proprio sul suo mancato tentativo di suicidio fonda la sua futura rinascita.

Per quanto riguarda la scrittura è davvero fruibile ed interessante.

Sono davvero efficaci le descrizioni. L’autore è senza dubbio un grande osservatore e scrutando nei particolari li utilizza per dipingere atmosfere e sensazioni tattili, olfattive e visive. la descrizione dei cibi è chirurgica mentre l’accostamento ai vini pressoché perfetto. Tutto ciò denota ottimi gusti e grande raffinatezza.

La conclusione del romanzo è racchiusa nella frase: “Sta solo a noi, anche nelle situazioni più disperate, darci da fare, si disse Riccardo, e il suo pensiero andò a Thomas More: Dammi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso e la saggezza di capire la differenza”, frase condivisibile e… vera.

Nel complesso veramente un gran bel romanzo.

Vittorio F.

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