Confesso che anche il ricordo costa fatica, per uno impaziente come me, poi…
Sappiamo tutto, come diceva Pasolini: “Io so, sono i nomi dei responsabili, ma non ho le prove…”. E allora lascio perdere i servizi deviati, Andreotti, Gelli… e riporto un piccolo brano che ho scritto nell’ultimo libro:
Enrico Pizzamiglio il 12 dicembre 1969 aveva dodici anni: io, quattordici.
Entrò nella mia vita attraverso Il Resto del Carlino e La Domenica del Corriere, che raccontavano come quel venerdì, a Milano, il padre gli avesse chiesto di andare in banca a pagare due tratte, due cambiali in scadenza, perché lui doveva stare in edicola.
Nel 1969 si cominciava a sentire nell’aria che il boom economico stava finendo e che, tra scioperi e manifestazioni, il futuro non sarebbe poi stato così bello. Solo in quell’anno erano scoppiate quasi centocinquanta bombe, per due terzi messe dai Neri e per un terzo dai Rossi.
Ma quella triste contabilità si impennò proprio quel giorno.
Alle 16.30, alla Banca nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, piena di contadini e commercianti che versavano i ricavi del mercato, scoppiò una bomba.
Morirono diciassette persone e altre novanta rimasero ferite: tra queste, Enrico.
Mi colpirono molto gli articoli del Resto del Carlino e della Domenica del Corriere, che sparavano le fotografie di questo mio coetaneo, al quale dovettero amputare, sotto al ginocchio, la gamba sinistra.
“Finisce così il sogno di Enrico di diventare un calciatore, magari dell’Inter, come Sandrino Mazzola” titolavano a caratteri cubitali. E la colpa, su questo i due giornali che ho citato non avevano dubbi, era degli anarchici, che avevano messo la bomba.
Peccato che troppi anni dopo, mentre qualcuno era già volato da una finestra[1], si scoprì che le cose non erano andate proprio così, che il tassista Rolandi, con la sua 600 multipla, si era sbagliato su Valpreda e che la bomba l’avevano messa i fascisti. Non solo a Milano, ma anche a Roma: tra le 16.55 e le 17.30 del 12 dicembre, le esplosioni colpirono la Banca nazionale del Lavoro di via San Basilio e l’Altare della Patria di piazza Venezia, provocando “solo” feriti e danni.
A proposito, la domenica successiva la strage di Piazza Fontana, la partita Inter – Bari non fu sospesa per rispetto di quelle vittime, bensì per la scighera[2] che, senza fantasia, calò su San Siro.
[1] Giuseppe Pinelli, ferroviere e animatore del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, nonché Partigiano durante la Resistenza. [2] In dialetto milanese, nebbia molto intensa

Commenti
Questo articolo ancora non ha commenti. Vuoi essere il primo?