Tanghi e milonghe

Ho passato due notti con tanghéri e tanghére (l’accento è doveroso). Mi è sempre piaciuto questo suono allegro ma anche triste, con ritmi che si impennano per poi fermarsi quasi di colpo. L’occasione è originata dal fatto che Roberto, l’amico di scuola che ho rivisto dopo trent’anni alla presentazione del mio libro, a Montale, è un appassionato di tango. Ho accompagnato lui ed una sua amica a questa manifestazione che, pur non svolgendosi in una fumosa milonga, sapeva di autenticità. Ho scoperto con sorpresa che esiste una vera e propria comunità del tango argentino. Ho osservato con piacere i ballerini e le ballerini interpretare quelle musiche con trasporto, sensualità ed eleganza, mi è piaciuto notare il gioco di sguardi per l’invito, “el cabeceo”. Per ballare con una certa persona il ballerino, prevalentemente, fissa una ragazza, che può rispondere, sempre con gli occhi, oppure restare indifferente. Se decide di accettare, la ballerina china leggermente il mento e abbassa le palpebre. A questo punto la donna rimane seduta finché il ballerino non si è avvicinato, forse anche per essere sicura di non avere preso un abbaglio, che quel tanghéro davvero vuole invitare lei, non la vicina. Poi si alza e insieme al ballerino si porta sulla pista. C’è lo scambio di qualche parola e poi i due corpi si posizionano per il ballo. Alla fine il ballerino accompagna la sua partner a sedere. Mi è piaciuto vedere alcuni riti di questo ballo nato più di un secolo fa a Buenos Aires. Ho visto che mediamente una serie di tanghi (una tanda) è fatta di tre o quattro balli. Di solito il ballerino deve completare la serie, mentre la donna, con un “grazie” la può interrompere. Mi è parsa un pò una rivincita, in questo ballo nel quale chi conduce è decisamente l’uomo che, se vuole, lascia piccoli spazi per alcuni movimenti creativi alla ballerina, ma pochi. Ho visto stili diversi, alcuni fortemente tecnicistici ed altri più emozionali, anche se quasi sempre si crea una grande intesa tra i ballerini, in questo tango che Jorge Luis Borges definiva “nostalgie di vite non vissute”.

Tra la prima e la seconda notte di tango, oltre ad un buon sonno ristoratore, tigelle, gnocco e borlenghi (non proprio argentini), una bella cavalcata sulle nostre morbide colline ed una visita a Filippo, il mio amico ed esclusivo fornitore di lambrusco, che ci ha accolto con quell’autentica e grande semplicità ormai davvero rara.

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