Un libro che non si può non leggere

GABRIELLA DEGLI ESPOSTI, mia madre – storia di una famiglia nella tragedia della guerra” di Savina Reverberi Catellani è assolutamente da leggere. Non solo perché, uscito nel 2016 per Artestampa, ha vinto il premio della giuria “Città Di Cattolica – Pegasus” nel 2017 e nello stesso anno ha ottenuto la targa al “Premio Cava de’ Tirreni” ed è risultato finalista al “Premio Giovane Holden”.

Deve essere assolutamente letto perché è un bel libro, senza se e senza ma, duro come un pugno nello stomaco e commovente come una carezza inaspettata. Mi ha procurato emozioni contrastanti: rabbia, indignazione, rimpianto e speranza.

La rabbia, oltre che per la brutale e vigliacca sorte riservata alla mamma dell’autrice, medaglia d’oro al valor militare, è scoppiata soprattutto per ciò che è successo “dopo”: l’arresto e il trattamento inumano riservato al babbo di Savina, vedere fascistacci delatori avere ancora un comodo posto in ufficio, la celere che caricava le persone sotto i portici in ogni anniversario di quel maledetto 17 dicembre 1944, il boia Cau che agiva indisturbato fuori e dentro la caserma.

L’indignazione è sgorgata dall’atteggiamento pavido, calunniatore, ambiguo e colpevole di piccoli funzionari del PCI che prendevano le distanze da Bruno Reverberi, che lo rinnegavano senza nemmeno aspettare il secondo canto del gallo. Lo stesso “partitone” però ne esce male, per non dire di Pansa che non merita nessun commento.

Il rimpianto scorre in ogni parola di Savina, per quei primi tredici anni felici in una famiglia comunque felice. È il rimpianto di una ragazzina diventata troppo presto e troppo male adulta: le hanno rubato anche l’adolescenza, oltre al violino e ai preziosi libri di tuo nonno.

La speranza è la cifra più incredibile e intensa del libro. Nonostante tutto (ed è un tutto inaffrontabile e pesante non come un macigno, ma come una catena montuosa) lo scritto emana sempre un profumo di vita piena, un’energia costitutiva della vita, un monito a non cedere mai alla violenza e alla rinuncia. Savina sa distinguere e non mescola la bontà delle suorine di Gaggio con la crudeltà pel parroco di Castelfranco, che nulla fece per salvare sua mamma e i suoi compagni.

Personalmente, non solo non condanno quel partigiano che scaricò il suo mitra sul fascista Ludergnani che, fino alla fine, irrideva la sofferenza causata e non aveva nemmeno il pudore di riconoscere, seppur tardivamente, le sue colpe. Anche se Dante avrà sicuramente messo quel fascista nel girone dei violenti e dei traditori, mi chiedo cosa avrei fatto io a trovarmi fra le mani l’assassino (diretto o indiretto poco importa) di mio fratello. Invece Savina e suo padre Bruno hanno sempre ripudiato l’occhio per occhio dente per dente, consapevoli che il cerchio maledetto della violenza e della sopraffazione si interrompe solamente con l’amore: chapeau!

Pur agnostico non credo sia un caso che abbia letto questo libro quando sul comodino c’era anche “Il grido di Giobbe” di Massimo Recalcati. Anche l’autrice e suo babbo, ben lo si legge nel libro, urlavano quel grido: perché? Come Giobbe, anche loro erano giusti e retti e, ciò nonostante, sono stati colpiti da una sofferenza senza scampo e senza ragione. L’etimo di Giobbe risale a “dov’è il padre?” e anche Savina si chiedeva disperata dove fossero i suoi genitori e il perché di tutto quel male. Anche Savina, come Giobbe, perde tutto quello che ha e quello che le è più chiaro, nel silenzio assordante di (quasi) tutti. Anche la nonna materna lanciava frecce avvelenate a quella povera ragazzina dal cuore martoriato: ha fatto bene a non assolverla del tutto!

Leggendo il libro viene spontaneo chiedersi: se gli innocenti e i giusti vengono violentati da un dolore ingiusto e tiranno, se i malvagi possono ancora godersi la vita… bè, dov’è la giustizia? Se Dio lancia la sua ira sul buono e non sul malvagio, che Dio è? Nessuna teodicea potrà mai fornire una risposta. Gabriella degli Esposti, Bruno Reverberi, Savina, sua sorella… nessuno aveva colpe da espiare con tanta sventura e sofferenza. Anche padre Paneloux, ne “La peste” di Camus, cambia registro. Prima dice ai parrocchiani che il male che li ha colpiti non è estraneo al male da loro commesso, come se la peste fosse la frusta di Dio che si abbatte sui peccatori; poi però, sopraffatto dalla virulenza della peste, capisce che non sono solamente i malvagi ad assaggiare la frusta divina: allora ammette che si tratta di un male inaccettabile e senza ragione.

Nella vita e nei pensieri di Savina l’indignazione e la rabbia non sono mai sottaciute ma nemmeno diventano disperazione e rassegnazione. Fa bene, dall’autorevolezza dei suoi 89 anni e della sua storia, a lottare ancora perché i sacrifici suoi e dei suoi genitori non siano stati vani, perché la memoria resti viva. Il sociologo Stuart Hall scrive: “Avere fede nelle persone che, sotto la morsa di un’oppressione implacabile, resistono in modo spontaneo, può andare bene durante la notte ma non è abbastanza all’alba del giorno dopo, perché prima o poi, le truppe di prima linea, con armi superiori e tattiche sofisticate, in una notte buia, lungo uno di quei sentieri, metteranno all’angolo i nostri giovani e si prenderanno la loro rivincita”. Ha ragione Savina, quando ci mette in guardia dai rischi concreti che i tempi feroci della dittatura nazifascista possano tornare, sotto altre spoglie. Nel mio piccolo darò ogni contributo perché “Balella”, mio zio “Lupo”, i tantissimi ragazzi e ragazze che hanno dato la vita per la nostra libertà, che spesso bistrattiamo, non siano morti invano.

Savina, nonostante tutto il dolore che ha attraversato e che tuttora l’accompagna, ha rifiutato di vivere sovrastata dal male, ha deciso che ogni sua parola e ogni suo pensiero profumassero di libertà e di giustizia, cioè di vita! Con immensa stima e sincero affetto, buona vita Savina!

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