Il gioco della moltiplicazioni delle percezioni ne “La vita dirà la sua”

Ieri sera ho finito l’ultimo libro di Lauro Venturi, incontrato a una “maratona enogastronomica” nel cottage di Simone, che si affaccia su un piccolo lago delle colline modenesi.
Ci univa esclusivamente la passione per la motocicletta, tutti biker.  Poi ci siamo messi a parlare di filosofia, bellezza, estetica e addirittura abbiamo fatto un piccolo dialogo filosofico su un pedalò, con un ottimo vino e due “schiavi” che pedalavano.
Scherzi a parte, ho centellinato questa lettura, alla sera prima di dormire. Mi ha portato in luoghi lontani, che non conoscevo e ha annullato le distanze. Così ho viaggiato un po’ anche io alla ricerca del mio insaputo, aiutato dalle riflessioni del libro che si dipanano tra passato e presente, nella consapevolezza che comunque la vita sarà l’ultima a dire la sua.
Ha ragione il poeta Alperoli, nella sua postfazione: ne “La vita dirà la sua” il protagonista sono i diari.
In fondo ciascuno di noi, scrivendo o meno, vive “diairando” nel maldestro tentativo di sapersi almeno un po’.

L’autore stesso, credo, scrivendo dei diari di Edoardo, letti da Tania e anche dal lettore, nel gioco della moltiplicazioni delle percezioni (percepisco che tu percepisci che percepisco…) cerca di dipanare un po’ il groviglio della sua interiorità.
Lauro Venturi è stato capace di parlare con leggerezza della profondità dei sentimenti, nel loro fluttuare e modificarsi, raccontando anche le loro ‘secche’, il loro inaridirsi.
Il capitolo finale scuote il lettore.
Il titolo, ripetuto nel momento topico da Edoardo, consegna al lettore la cifra dell’indecifrabilità della vita e, per questo il gusto dell’ attesa. Nel bene e nel male.
Non mi resta che dire “bravo Lauro!”, nella promessa che ci siamo fatti di incontrarci di nuovo per leggere qualche passo dai nostri libri e commentarli.

Sappiamo che l’uomo è la sua parola e, come ci ricorda Anassagora, l’uomo è sapiente perché parla.
E allora ringrazio la vita per il dono di questo incontro, nell’attesa di parlare insieme per il gusto di farlo, aiutati sicuramente dal buon vino.

Fabio Peserico

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