Un gruppo che ha saputo fare squadra

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A settembre ho concluso un’importante esperienza professionale come Amministratore delegato di una media azienda di ICT. È una tappa che posso dire in buona parte di avere voluto, essendomi impegnato da diversi anni in un progetto di fusione per rendere più solida la prospettiva dell’azienda, dei suoi dipendenti, dei clienti e di tutti quelli che ci ruotano attorno. Senza troppa enfasi o paroloni di moda, c’è anche una responsabilità sociale dell’azienda e di chi la dirige ed io la sento, come ho cercato di dire nella seconda parte de “L’educazione sentimentale del manager”. È inevitabile fare bilanci e devo dire che mi sembra davvero un buon bilancio, più che buono. Si partiva, otto anni fa, da una situazione molto critica, con un clima interno ed esterno davvero sfavorevole e sfiduciato. Non è stato né facile né banale, come ho scritto a suo tempo ne “L’informatica non è democratica”: però ce l’abbiamo fatta! E il plurale non è un fatto di stile ma di sostanza. Senza i miei diretti collaboratori, e l’azione convinta e sintonizzata di tutti i dipendenti, quel salto non l’avremmo fatto. È altrettanto vero, per non essere ipocriti, che i collaboratori senza un capo adeguato avrebbero prodotto prestazioni più deludenti. Quello che mi interessa qui raccontare è che singole persone – con i propri caratteri e le proprie competenze – possono fare convivere una marcata individualità con la condivisione di obiettivi comuni. C’è poco da fare, se una persona non è ordinaria ha un suo stile, al quale mica facilmente viene meno. Nell’information technology, poi, parliamo di famiglie professionali naturalmente abituate ad essere dei solisti. Però solo con persone non ordinarie si fanno cose straordinarie, e quindi un capo deve sapere lavorare con singole eccellenze e metterle a fattor comune, senza che tutto diventi un indistinto grigio.

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Questa vignetta rappresenta bene la nostra storia, la mia e quella dei miei diretti collaboratori. A metà giugno ho comunicato loro che, dopo la fusione, non sarei stato della partita: a fine giugno l’ho detto a tutti i dipendenti. Certo, c’è un po’ di preoccupazione e un po’ di dispiacere da entrambe le parti, ma sono convinto che dovrebbe essere prevista per legge la rotazione delle figure di vertice, per evitare che interpretino il proprio ruolo con quella troppa sicurezza che fa presto a scollinare in arroganza, come descrivo nel romanzo “L’ultima nuvola“.Come simboleggiare al meglio il termine di un viaggio insieme? Con un viaggio insieme!

Ho preso al balzo un invito ad un importante evento che HP, nostro tradizionale partner, ci ha fatto per affrontare, presso il loro Executive Briefing Center di Houston, i temi tecnologici più importanti dei prossimi anni. È stato davvero interessante ed utile, abbiamo portato a casa contenuti e relazioni preziose per affinare ulteriormente l’assetto della nuova società: ho fatto proprio bene ad allargare a tutto il Comitato di Direzione questo invito (Riccardo non ha potuto venire ma era a tutti gli effetti parte del team!). Abbiamo condiviso la stima e la reputazione conquistate in questi anni, anche al di fuori del perimetro della proprietà e dei clienti: e questo ha fatto bene alla nostra autostima, senza che prendesse le forme dell’arroganza o della supponenza. E poi ci siamo presi alcuni giorni di riposo, per noi. Non siamo amici, nel senso che io sono il loro capo e comunque anche i miei collaboratori non si frequentano più di tanto fuori dal lavoro. Però siamo persone che sono state bene insieme e l’idea di alcuni giorni di vacanza insieme era allettante. D’altronde, il team working si fa, non si chiacchiera!

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Va svelato un arcano: nel novembre di due anni fa – con il cambiamento che si era già annunciato – insieme alla nostra trainer Maria Pia Gasco (qui con il nostri gruppo, nel quale c’era ancroa Nadia, prima del pensionamento), avevamo lavorato (vedi “Diario”) sui Giochi funzionali, un’applicazione della teoria della “disidentità”, che rappresenta poi il cardine del Conversazionalismo. Alla fine del secondo giorno abbiamo inventato una vacanza negli States in sella a potenti Harley Davidson, con maglietta nera, bandana, occhialoni, musica… and more. Emersero emozioni e sentimenti (quanto sono importanti nel cambiamento, non certo meno dei piani industriali o delle attività degli advisor!) quali: grande voglia di avventura (con un pizzico di trasgressione che per affrontare il cambiamento non guasta), forte spirito solidaristico, diffusa sensazione di benessere e gioia, gusto della libertà. C’era anche qualche ingrediente di prudenza e di timore, che nulla tolse all’energia positiva del gruppo ma che, anzi, la rese più reale ed efficace. Fatto sta che da allora abbiamo cominciato a pensarci davvero a quella vacanza ideale e idealizzata. Ed allora quale migliore occasione dell’essere già negli States?

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Da Houston siamo volati a St. Luis (serata memorabile di blues in un locale autentico…e meno memorabile “regular coffee”) e da lì a Springfield MO a prendere le moto, dopo avere acquistato giacche, guanti, magliette, bandane…Tre moto per cinque persone, quindi due si davano il cambio in automobile, che portava anche le valige e ci assisteva durante la pioggia, per fortuna caduta solo il primo giorno. Poco più di seicento miglia per andare dal Missouri all’Illinois, passando per Hannibal (lambita dal Missouri e dai ricordi di Mark Twain) e per alcuni tratti della storica Route 66, fingendo senza crederci di essere dei duri bikers. Avvicinandoci a Chicago (che emozione cavalcare con la moto in mezzo ai grattacieli!) abbiamo fatto alcune tappe nei luoghi dei mitici Blues Brothers: Joliet Corretional Center (dove inizia il film), la triple rock Church (dove un James Brown, predicatore invasato, intratteneva i fedeli ) e il Music Court Bridge, a Jackson Park, dal quale i nazisti dell’Illinois si sono fatti un bel tuffo per non finire sotto le ruote dell’automobile dei terribili fratelli.

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Come tutti i viaggi anche il nostro ha avuto una fine e una sua storia. C’è chi ha agito maggiormente i sentimenti di prudenza e di timore, chi lo spirito d’avventura, chi il gusto della libertà e del benessere. Convivendo l’intera giornata, per diversi giorni, sono emersi tutti i lati di tutte le persone: toccarli con mano spiega meglio di mille analisi certi comportamenti e atteggiamenti agiti. Consola che nel viaggio di questi giorni e nel viaggio di questi otto anni, non sono mai venuti meno un forte spirito solidaristico, la tenacia che serve ai risultati e il benessere che deriva dal gustarseli.

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In aeroporto a Chicago, prima di partire, abbiamo fatto il punto della situazione utilizzando la metafora del viaggio (e delle valige smarrite, poi ritrovate) per ragionare su questa nostra esperienza professionale che ha inciso anche sul nostro essere. Eravamo soddisfatti e commossi.

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Il primo ottobre ci siamo salutati in una tipica trattoria delle nostre colline: l’atmosfera era densa di emozioni, non mascherate più di tanto, così come è avvenuto il giorno prima, quando tutti i miei collaboratori mi hanno fatto un inaspettato ma tanto gradito rinfresco. Ci siamo anche guardati il video, rivivendo quei momenti accompagnati dalla colonna sonora di Rockin’ Jake, che abbiamo sentito suonare in un mitico locale di St. Louis.

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Ogni fine è un inizio e quindi…buon viaggio a tutti noi. Bè, comunque ciao!

Ciclamini d’autunno

Sono arrivati

anche quest’anno

i ciclamini quasi rosa

a portare un autunno

che non perdona

e per noi senza letargo.

Vorrei si sbrigasse

la primavera…

Ma sono stanco

di non avere più pazienza

ed ho fretta di imparare

ad aspettare. (lv set09)

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