Domenica venti settembre sarà la “Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale”, una celebrazione istituita nel 2025 dalla nostra Repubblica.
Un riconoscimento, seppur molto tardivo, di oltre 650.000 soldati italiani che, dopo l’otto settembre del 1943, vennero catturati dai tedeschi e messi di fronte a questa alternativa: rientrare nei ranghi come militari della Repubblica Sociale Italiana (RSI), un regime fascista e fantoccio, collaborazionista con la Germania nazista, oppure essere internati nei campi di concentramento nazisti.
Moltissimi scelsero questa seconda via e patirono stenti, fame, violenze. Tra questi anche il mio babbo.

Nel 2023 sono andato a Bocholt, dove fu “ospitato” e lo scorso anno in Montenegro, dove venne catturato.
Gli I.M.I. vennero visti con fastidio, se non sospetto, sia a destra che a sinistra: certamente non ebbero l’epica riservata ai partigiani.
Furono internati personaggi famosi come Giovannino Guareschi, Alessandro Natta, Mario Rigoni Stern, Tonino Guerra, Luciano Salce, Raffaele Pisu e il papà di Vasco Rossi.
Anche il mio babbo Lino è stato insignito dell’onorificenza che riconosce lo status di I.M.I. e domenica, nella bella cornice della Chiesa di San Carlo, a Modena, il Prefetto mi consegnerà la Medaglia d’onore.
Un piccolo tardivo risarcimento anche da me, che ho sempre sbuffato quando mio babbo cominciava la litania della sua “tragedia” se lasciavo un po’ di cibo nel piatto.

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