Due settimane fa, il Comune di Vignola ha organizzato una bella serata sugli Internati Militari Italiani, annunciando una ricerca (avviata in collaborazione con l’Istituto Storico di Modena) sui soldati che l’otto settembre del ’43 decisero di non entrare nella Repubblica di Salò. Vennero pertanto deportati nei campi di concentramento in Germania e Hitler fece la furbata di denominarli “Internati” e non prigionieri, per aggirare le leggi (in primis il trattato di Ginevra) che proteggevano questi ultimi.

Anche il mio babbo, che oggi compirebbe 111 anni, finì così a Bocholt, catturato pochi giorni dopo l’otto settembre in Montenegro, dove si trovava con il suo reggimento. Due anni fa sono stato proprio in quel campo di concentramento, per onorare la sua memoria e riparare in parte la sottovalutazione che ho sempre agito quando mi parlava di quella che definiva “la sua tragedia“.
Quest’anno sono stato nei posti della ex Jugoslavia dove il babbo si trovava durante la guerra ed anche questo è stato un viaggio emozionante:

Il 20 settembre, proprio il giorno nel quale Hitler fece la furbata di sottrarre questi soldati alle protezioni internazionali, è stata istituita la giornata degli Internati Militari Italiani e anche il Presidente Mattarella ne ha evocato e riconosciuto il ruolo di patrioti:
Mi piacerebbe tanto che il babbo potesse vedere questo “risarcimento”, anche se ottenne comunque due importanti riconoscimenti quando era ancora in vita:

E quanto mi inorgoglisce, quel “non collaborazionista” riportato nel seguente attestato, firmato dal nobile Presidente Pertini:

Aiutato da alcune brave persone, forse riuscirò a far avere al mio babbo un riconoscimento ufficiale per il prossimo 20 settembre. Glielo devo per quanto ha patito e raccontato nel suo diario:
Lo storico Fabio Montella ha fornito una spiegazione convincente sul fatto che le lettere dei prigionieri fossero tutto sommato ottimiste: non volevano preoccupare la famiglia e sapevano che la censura non avrebbe fatto passare messaggi critici:

Che botta al cuore quel “l’appetito non si fa desiderare“: non dice che ha fame, ma nemmeno che è sazio: geniale, babbo. E quel saluto affettuoso non solo a famiglia e parenti, ma anche ai “vicinanti“… che desiderio di inclusione, di appartenere!
Personalmente, colgo ogni occasione per ricordare il sacrificio del babbo, come ho fatto costruendo il personaggio di Primo nel mio romanzo “L’ultima nuvola” e impegnandomi perchè il prossimo 20 settembre possa avere il giusto riconoscimento ufficiale: il mio e quello delle mie sorelle è scontato.
Perché è proprio vero che, come pare scrisse Primo Levi, “l’Olocausto è una pagina del libro dell’Umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria“.

Commenti
Ottimo riassunto di uno dei 550.000 internati che in due anni di prigionia ne videro veramente di tutti i colori.
Grazie Aldo, grazie per quanto ti stai spendendo per questi Patrioti.